ESERCIZI SPIRITUALI con PAPA FRANCESCO – Angelo Nocent

Prima meditazione agli Esercizi del Papa:
Cercati dalla sete di Gesù


Alessandro Di Bussolo – Vatican News 
Ecco il testo della prima predicazione di José Tolentino de Mendonça alla Casa Divin Maestro di Ariccia: cercati dalla sete di Gesù (Domenica 18 febbraio 2018)
E1

Gesù che seduto al pozzo di Giacobbe chiede alla samaritana “Dammi da bere” ci meraviglia, ci lascia disarmati dallo stupore. Un giudeo che parla con una donna di Samaria, popolata da dissidenti con i quali gli ebrei non andavano d’accordo, ci sorprende come Gesù che si rivolge a noi per chiederci: “Dammi quello che hai. Apri il tuo cuore, Dammi quello che sei”. Inizia così la prima meditazione di don José Tolentino de Mendonça agli esercizi spirituali di Quaresima per il Papa e la Curia Romana, proposta questa sera nella cappella della Casa Divin Maestro dei Paolini di Ariccia.

Apprendisti dello stupore

Il teologo e poeta portoghese, vicedirettore dell’Università Cattolica di Lisbona, ha scelto come tema delle sue predicazioni l’ “Elogio della sete” e nell’introduzione, intitolata “Apprendisti dello stupore”, commenta la prima parte del racconto di Giovanni (Gv 4.5-24) sull’incontro tra Gesù e la samaritana al pozzo.

La richiesta di Gesù provoca in noi perplessità e sconcerto, perché “siamo noi quelli venuti a bere” al pozzo, e sappiamo che la sete è fatica e bisogno. Ma Gesù è affaticato per il viaggio, e sta seduto vicino al pozzo. E nel Vangelo, quelli che stanno seduti per chiedere, ricorda don Tolentino, sono i mendicanti. Anche Gesù mendica, il suo “è un corpo che sperimenta la fatica dei giorni: consunto dalla cura amorevole degli altri”. Non è solo l’uomo ad essere mendicante di Dio. “Anche Dio è mendicante dell’uomo”.

Con la sua debolezza è venuto a cercarci

Con la sua debolezza, prosegue il predicatore portoghese, Gesù “è venuto a cercarci”. “Nel più abissale e notturno della nostra fragilità, sentiamoci compresi e cercati dalla sete di Gesù”. Che non è una sete d’acqua, è più grande: “E’ sete di raggiungere le nostre seti, di entrare in contatto con le nostre ferite”. Ci chiede: “Dammi da bere”. “Gliela daremo? Ci daremo da bene gli uni gli altri?”, si chiede ancora don José.

Riconosciamoci chiamati, perché è il Signore che prende l’iniziativa di venire incontro a noi.Per quanto sia grande il nostro desiderio, ancora più grande è il desiderio di Dio”. E quando Gesù dice alla donna il vero della sua vita, “questo non la umilia né la paralizza. Anzi, si sente incontrata, visitata dalla grazia, liberata dalla verità del Signore”.

Dio sa che siamo qui e ci abbraccia

Sentiamoci abbracciati, conclude il predicatore degli esercizi spirituali per il Papa e la Curia Romana, perché “Dio sa che noi siamo qui”. E in questi giorni, “disimpariamo, per imparare quella grazia che renderà possibile la vita dentro di noi”. Nel nostro intimo diciamo: “Signore, io sono qui in attesa di niente”. Che è come dire: sono solamente in attesa di te, “in attesa di quello che tu mi dai”.

Fino a venerdì 23 febbraio, le giornate del Papa e dei suoi collaboratori alla Casa Divin Maestro di Ariccia si apriranno alle 7.30 con la celebrazione della Messa, seguita da una prima meditazione alle 9.30. Alle 16 si terrà la seconda meditazione del predicatore, che precederà la recita dei vespri e l’adorazione eucaristica.

Seconda meditazione
Riponiamo in Dio la nostra sete


Gabriella Ceraso – Vatican News lunedì 19 febbraio 2018
La settimana dedicata da Papa Francesco e dai collaboratori della Curia agli Esercizi spirituali si apre con una meditazione incentrata sul tema de “La scienza della sete”
E2

La scienza della sete

La promessa di Dio di fronte alla scarsezza umana

L’ultima frase pronunciata da Gesù nel libro dell’Apocalisse è un invito:Chi ha sete, venga”. E’ da qui che il predicatore portoghese don Josè Tolentino de Mendonça, sviluppa la sua riflessione per guidarci a capire i contorni di quell’ “abbondanza” di quella “gratuità” di vita che il figlio di Dio offre all’uomo e a valutare la sua risposta oggi. Gesù promette di dissetarci riconoscendo che siamo “incompleti e in costruzione”: Lui sa “quanti ostacoli ci frenano” e quante “derive ci ritardano”. Siamo “così vicini alla fonte e andiamo così lontano”. Nel desiderio e nella sete sono infatti due sentimenti contrastanti, spiega don Josè: l’attrazione e la distanza, il trasporto e la vigilanza. E allora la domanda da porsi è: noi desideriamo Dio? Sappiamo riconoscere la nostra sete? Ci diamo il tempo di decifrarla?

Non è facile riconoscere la sete di Dio

Da questi interrogativi il predicatore si addentra in un percorso che va dalla Bibbia, ai testi del drammaturgo Ionesco, alle pagine del Piccolo principe di Saint- Exupéry, per evidenziare i contorni effettivi della sete come bisogno fisico, come riconoscimento dei nostri limiti, della nostra vulnerabilità estrema. “La sete ci priva del respiro, ci esaurisce, ci sfinisce. Ci lascia assediati e senza forze per reagire”, afferma, “ci porta al limite estremo”. “Si capisce come non sia facile esporsi alla sete”. Se dovessimo raccontare la parabola della nostra sete, prosegue don José, forse emergerebbero i tratti di Jean, il protagonista maschile de “La sete e la fame” di Ionesco. E’ una figura divorata da un “infinito vuoto”, da un’inquietudine che nulla sembra poter placare e che lo rende un “uomo senza radici, nè casa, incapace di creare legami, perduto nel vuoto del labirinto in cui ascolta solo il rumore solitario dei propri passi”.

Il consumismo spirituale dell’uomo di oggi

Ecco la sete dell’uomo di oggi. Una sete che, spiega il predicatore, “si tramuta nella disaffezione nei riguardi di ciò che è essenziale, in una incapacità di discernimento”. Il consumismo oggi non è solo materiale è anche spirituale, e “quel che si dice dell’uno aiuta a capire l’altro”. Il fatto è che le nostre società, afferma, che “impongono il consumo come criterio di felicità trasformano il desiderio in una trappola”: ogni volta infatti che pensiamo di appagare la nostra sete in una” vetrina”, in un “acquisto”, in un “oggetto”, il possesso comporta la sua svalutazione, e questo fa crescere in noi il vuoto. L’oggetto del nostro desiderio, afferma quindi don José, è un “ente assente” è un “oggetto sempre mancante”. Eppure aggiunge, “il Signore non cessa di dirci ‘Chi ha sete, venga; chi desidera, beva gratuitamente l’acqua della vita’ “.

Riponiamo in Dio la nostra sete

Ci sono molti “modi di ingannare i bisogni e di adottare un atteggiamento di evasione spirituale senza mai prendere coscienza che siamo in fuga”, conclude don José: ” tiriamo in ballo sofisticate ragioni di redditività e di efficacia” sostituendo con esse l’ “auscultazione profonda del nostro spazio interiore e il discernimento della nostra sete”. Invece non esistono “pillole in grado di risolvere meccanicamente i nostri problemi”. Da qui l’invito conclusivo del predicatore portoghese, in questa seconda giornata di Esercizi spirituali:

  • rallentiamo il “nostro passo”,
  • “prendiamo coscienza  dei nostri bisogni”,
  • sediamo alla tavola della fede, non per ragioni materiali o economiche, ma “per ragioni di vita”.

La sete di “relazioni, di accettazione e di amore” è presente in ogni essere umano, è un patrimonio ” biografico” che siamo chiamati a riconoscere e di cui rendere grazie. Non è una cosa banale e allora “riponiamo in Dio la nostra sete”.

Terza meditazione
Scoprire e interpretare la sete di Dio


Marco Guerra – Vatican News

E’ anelito di tutti gli uomini aspirare all’infinito. Don José Tolentino de Mendonça, predicatore degli Esercizi spirituali al Papa e alla Curia, nella seconda meditazione del lunedì, spiega come educare il proprio “desiderio di Dio”.

E3

Mi sono accorto di essere assetato

La sete di Dio e la capacità di riconoscerla sono al centro della seconda meditazione di oggi di don Josè Tolentino de Mendonça, predicatore degli Esercizi spiriutali per il Papa e la Curia Romana in corso ad Ariccia. Il teologo e poeta portoghese indica, sotto il titolo “mi sono accorto di essere assetato”, la predisposizione d’animo e gli strumenti necessari per interpretare il desiderio di Dio che è in noi, a contemplarlo ed educarlo per valorizzare la spiritualità della sete. A tale scopo il predicatore sgombra subito il campo spiegando che “entrare in contatto con la propria sete non è un’operazione facile, ma se non lo facciamo la vita spirituale perde aderenza alla nostra realtà”.

Prendere coscienza della nostra sete

Dobbiamo dunque perdere la paura di riconoscere la nostra sete e la nostra secchezza. Come prima azione don Josè esorta quindi a non intellettualizzare troppo la fede:

Ci siamo costruiti un fenomenale castello di astrazioni. Non è a caso che la teologia degli ultimi secoli si sia soffermata così a lungo a dibattere le questioni sollevate dall’Illuminismo, e sia scivolata via da quelle poste, per esempio, dal Romanticismo, come le questioni dell’identità, collettiva e personale, dell’emergere del soggetto o del mal de vivre. Siamo maggiormente preoccupati della credibilità razionale dell’esperienza di fede che della sua credibilità esistenziale, antropologica e affettiva. Ci occupiamo più della ragione che del sentimento. Ci lasciamo dietro le spalle la ricchezza del nostro mondo emozionale.

L’ uomo è infatti “una miscela di tante componenti emozionali, psicologiche e spirituali, e di tutte dobbiamo acquistare consapevolezza”. Così come la vita spirituale non è prefabbricata ma “è coinvolta nella radicale singolarità di ogni soggetto”.

Parlare della sete è parlare dell’esistenza reale e non della fiction di noi stessi alla quale troppe volte ci adattiamo, è illuminare un’esperienza, più che un concetto.  Serve quindi scuotere il torpore quotidiano perché “può avvenire che abbiamo la più grande difficoltà perfino ad ammettere di essere assetati”. Uno dei requisiti per ricevere l’acqua della vita è riconoscersi assetati.

Interpretare la sete

Dopo avere preso coscienza della propria sete, bisogna interpretare questo bisogno che è in noi. Don Josè Tolentino de Mendonça evidenzia che in questa fase si deve distinguere il desiderio da una mera necessità, che si placa e si soddisfa con il possesso di un oggetto:

Non andiamo a confondere il desiderio con i bisogni. Il desiderio è una mancanza mai completamente soddisfatta, è una tensione, una ferita sempre aperta, un’interminabile esposizione all’alterità. Il desiderio è un’aspirazione che ci trascende e che non determina, come la necessità, un termine e un fine. La necessità è una carenza contingente del soggetto. L’infinito del desiderio è desiderio di infinito.

“Il desiderio umano si differenzia così dal desiderio degli animali”, dice ancora il predicatore, ed essere umani significa “sentire che l’esistenza dipende da questo riconoscimento più che da qualsiasi altra cosa”. Questo anelito è mortificato nelle società capitalistiche, che sfruttano avidamente le compulsioni di soddisfazione di necessità indotte, rimuovendo la sete e il desiderio tipicamente umani. In pratica, sottolinea don José,  il discorso capitalistico promette di liberare il desiderio dalle inibizioni della legge e dalla morale in nome di una soddisfazione illimitata. E quando questo si verifica  “il piacere, la passione, la gioia si esauriscono in un consumismo sfrenato, tanto di oggetti come di persone”, si arriva così all’estinzione della sete, all’agonia del desiderio. La vita perde il suo orizzonte.

La sete di Dio

“Come la cerva anela ai corsi d’acqua”. Don José attinge infine al salmo 42 per mettere a fuoco la ricerca per dissetarsi della sete di Dio. Se si contempla il mondo con amore si scopre che “è tutto il creato a essere attraversato da questo desiderio viscerale”. Il predicatore cita poi le parole di sant’Agostino:

“Corri alla fonte, anela alla fonte; ma non correre a casaccio, non correre come corre un qualsiasi animale; corri come un cervo… Non essere lento… il cervo è velocissimo”.

Don José invita inoltre a valorizzare la spiritualità della sete, più che le strutture:

Abbiamo forse bisogno di ritrovare il desiderio, la sua itineranza e apertura, più che non le codificazioni in cui tutto è giù previsto, stabilito, garantito. L’esperienza del desiderio non è un titolo di proprietà o una forma di possesso: è anzi una condizione di mendicità. Il credente è un mendicante di misericordia.

In conclusione, il predicatore si rivolge in particolare ai pastori chiamandoli alla riconciliazione con la loro vulnerabilità, e ricorda a tutti l’ammonimento di Papa Francesco: “Una delle peggiori tentazioni è l’autosufficienza e la autoreferenzialità”. Al contrario abbracciare la propria vulnerabilità è accedere al desiderio di essere riconosciuti e toccati come il lebbroso che si accostò a Gesù (Mt 8,3), come la suocera di Pietro a letto con la febbre (Mt 8,15), come la donna che da dodici anni soffriva di emorragie (Mt 9,20), come coloro che gridavano «Figlio di Davide, abbi pietà di noi!» (Mt 8,27).

Vite tralci

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3 risposte a ESERCIZI SPIRITUALI con PAPA FRANCESCO – Angelo Nocent

  1. *Annamaria* ha detto:

    A questo post ho messo “mi piace” senza leggerlo, perché avrei intenzione di leggerlo con calma.
    Mi incuriosisce. .. insomna, mi piace! 😉

  2. angelonocent ha detto:

    Fai bene, Annamaria, perché lo merita. La traversata del deserto è faticosa e le delusioni non mancano.
    Alla conclusione il predicatore ricorda a tutti l’ammonimento di Papa Francesco: “Una delle peggiori tentazioni è l’autosufficienza e la autoreferenzialità”.
    Al contrario abbracciare la propria vulnerabilità è ACCEDERE AL DESIDERIO di essere riconosciuti e toccati
    – come il lebbroso che si accostò a Gesù (Mt 8,3),
    – come la suocera di Pietro a letto con la febbre (Mt 8,15),
    – come la donna che da dodici anni soffriva di emorragie (Mt 9,20),
    – come coloro che gridavano «Figlio di Davide, abbi pietà di noi!» (Mt 8,27).

  3. msilvia2 ha detto:

    «Figlio di Davide, abbi pietà di noi!»

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