CARLO MARIA MARTINI L’AMICO DELLO SPOSO – Angelo Nocent

EMINENZA…PADRE…PASTORE…

Che segno ha lasciato? Una possibile risposta si può trovare in ciò che Martini disse nel coso di un’intervista per i suoi cinquant’anni di sacerdozio, nel giugno 2002, quando ormai era prossimo l’annuncio della nomina del suo successore. Gli chiesero del suo popolo si sentiva più «padre» o più «pastore». Questa fu la sua replica:

I titoli che personalmente preferisco sono due: uno è quello di Giovanni (3, 29-30), “l’amico dello sposo”: l’amico dello sposo gode alla voce dello sposo, lui deve crescere, io diminuire. Mi pare molto importante, in questo senso sono in polemica con quelle forme di dominio, di paternità, di possesso, di plagio. Sono contento invece quando un prete o un laico ha incontrato Gesù.

L’altro termine è simile, si trova nella seconda Lettera ai Corinti, là dove si dice: “Io provo per voi una specie di gelosia divina, avendovi promessi a un unico sposo, per presentarvi quale vergine casta a Cristo” (11,2). Questa è la cosa che più mi piace: le persone devono incontrare Cristo, uno serve per far incontrare Cristo bene, poi si deve tirare indietro. Lo scopo è far arrivare a Cristo».

DIRE LA MORTE

1-Aggiornato di recente1983-001

1-Aggiornato di recente1981

LA VITA CELATA NELLA MORTE

La morte non è solo un fatto, essa è l’epilogo di un cammino e la porta d’accesso a un incontro, è l’ultimo e radicale atto di fede nell’amore di Dio e il definitivo affidamento alle/nelle braccia del Padre di Gesù Cristo. Intesa così, fa meno meraviglia l’attesa vissuta dai santi di quel giorno. Ognuno muore da solo e per se stesso, ma fare questo cammino nella fede, lo rende – nella difficoltà e innaturalità del morire che permane! – un incamminarsi verso un incontro, l’Incontro per eccellenza.

Così – per redimere la definizione Heideggeriana – l’uomo non è un essere per la morte ma un essere per l’Incontro, per l’unione con Dio. La morte è la via di passaggio verso la speranza della risurrezione che a sua volta è «la morte e risurrezione delle speranze umane» che dimostra «la miopia di tutto ciò che è meno di Dio e al tempo stesso fonda il valore di ogni gesto di amore autentico» (68). Vivere questa coscienza della morte diventa un impegno nuziale di attesa, di speranza e di preparazione del cuore. È – per usare un’espressione di Martini – «vivere i giorni feriali con il cuore della festa».

La festa che attraversa la morte superandola si fonda nell’evento pasquale di morte e risurrezione di Gesù che vive il morire come «consegna» dello Spirito nelle mani del Padre e accoglie la risurrezione come «ri-consegna» da parte del Padre dello stesso Spirito (cf. Rm 1,4). Così, il senso che l’evento pasquale dà alla morte non è teorico, non è un pensierino pio… Gesù non offre risposte ma si offre come presenza, come custodia, come grembo del dolore che raccoglie, feconda e fa germogliare la speranza celata dal buio dell’ignoto e irrigata dalle lacrime amare dell’assenza. Gesù «ci invita a entrare nel cuore del Figlio che si abbandona al Padre e a sentirci così dentro il mistero stesso della Trinità» (90).

Allora Martini tira le conclusioni sull’intreccio della storia e dell’eternità: «l’eternità, la vita nuova e definitiva è già entrata, con la morte e risurrezione di Gesù, nella mia esperienza. È da me vissuta, qui e adesso, nell’indistruttibilità dei gesti che compio: di amore, fedeltà, perdono, amicizia, onestà, libertà responsabile» (122).

Raddrizzando le categorie del morire, rilegge i «Novissimi» al di là degli abusi terroristici impiantati erroneamente nel nostro immaginario religioso. Dell’inferno ad esempio dice: «L’inferno, in quanto possibilità radicale, evidenzia la dignità suprema della vita umana, il valore sommo della vigilanza e la tragicità del male; proprio per questo e in tutto questo evidenzia l’amore del Dio che, creandoci senza di noi, non ci salverà senza di noi. Egli, infatti, che ci ha amato quando ancora eravamo peccatori, rimarrà separato da noi solo se noi ci ostineremo nell’essere separati da lui» (135).

IL SENSO DELLA MORTE

Durante la vita mi sono spesso lamentato con il Signore: tu che hai provato la durezza della morte, perché non ci hai liberato da questa necessità? Bastava la tua morte, e concedere così a noi di essere sciolti dal dovere di morire.

E poi, a poco a poco, ho capito che, effettivamente, se non ci fosse la morte non saremmo mai costretti a fare un atto di pieno abbandono a Dio; avremmo sempre un’ uscita di sicurezza, una garanzia. Invece la morte è affidarsi a Dio ciecamente, andando là dove egli ci porterà, senza sapere bene dove. Perché noi ignoriamo quasi tutto di ciò che ci attende.

È vero che Paolo scrive che «Le sofferenze di questo mondo non sono paragonabili alla gloria che sarà rivelata in noi» (cfr. Rom 8,18), però non sappiamo niente di questa gloria.

A volte mi dico: andrò un po’ a salutare Mozart, andrò a salutare Bach, e poi cosa farò? Mi annoierò…! Devo dare fiducia a Dio che la vita che verrà è veramente la gloria. E questo è necessario, non possiamo sfuggire, grazie a Dio. Altrimenti continueremmo a rimandare, ad aspettare.

Il cardinale Martini: sento
la morte come imminente

L’arcivescovo emerito, ammalato a 81 anni di Parkinson, parla alla presentazione dei suoi scritti su Paolo VI

MILANO — «Io, vedete, mi trovo a riflettere nel contesto di una morte imminente. Ormai sono già arrivato nell’ultima sala d’aspetto, o la penultima…». Il cardinale Carlo Maria Martini parla con un filo di voce ma sorride, «è stato un atto di audacia e anche di temerarietà chiamare a parlare una persona anziana che non sa se potrà esprimere bene le cose o tenersi in piedi», nell’auditorium dei gesuiti di San Fedele non vola una mosca, la gente ha gli occhi lucidi e l’arcivescovo emerito di Milano prosegue sereno, è arrivato appoggiandosi a un bastone ma lo sguardo e il pensiero non vacillano.

La sala è piena, si presenta il libro Paolo VI «uomo spirituale» (ed. Istituto Paolo VI-Studium), una raccolta di scritti martiniani su Montini curata dal teologo Marco Vergottini. E tanti sono rimasti fuori, l’attesa è grande quanto la commozione per il «ritorno» del cardinale biblista a Milano, anche se da qualche mese «padre Carlo» è tornato da Gerusalemme e risiede nella casa dei gesuiti a Gallarate. «Con i vostri tanti gesti di bontà, di amore, di ascolto, mi avete costruito come persona e quindi, arrivando alla fine della mia vita, sento che a voi devo moltissimo», sorride ancora ai fedeli, quasi fosse un congedo. Gli ottantun anni, il Parkinson. E il tema della morte, quello che nel libro Martini chiama con espressione dantesca «il duro calle». Quando l’attore Ugo Pagliai legge il «pensiero alla morte» di Paolo VI, « …mi piacerebbe, terminando, d’essere nella luce… », il cardinale ascolta col volto affondato nelle mani aperte. «Se dovessi non lo scriverei così. È troppo bello, è meraviglioso, lirico», spiega Martini. «Come ho osservato nel libro, ritengo che il testo di Montini sia stato scritto anni prima, quando sentiva la morte incombente ma non imminente».

Della sua morte, invece, il cardinale parla come «imminente». Ed è qui che ha accenti wittgensteiniani, il pensiero sul limite della vita diventa un’interrogazione sui limiti del linguaggio, «chi si trova in questa situazione, dovrebbe piuttosto sentirsi scarnificato nelle parole, e questo è per me un problema irrisolto: come descrivere una realtà tutta negativa con parole razionali che tuttavia, in quanto razionali, devono esprimere una esperienza positiva». «Dire» la morte. È una riflessione che nel cardinale si è fatta via via più urgente negli ultimi anni. L’anno scorso, nella basilica dei Getsemani a Gerusalemme, aveva salutato i pellegrini ambrosiani con una lectio vertiginosa sulla Passione e l’«angoscia» di Gesù, «il greco il termine è agonia e significa lotta, conflitto, tensione profonda». Martini non ama i discorsi facilmente consolatori, come sempre trova il modo di parlare «al credente e al non credente che è in ciascuno di noi» e guarda in faccia «il duro calle».

Davanti all’«affidamento totale a Dio» di Montini, scrive nel libro, «mi sento assai carente. Io, per esempio, mi sono più volte lamentato col Signore perché morendo non ha tolto a noi la necessità di morire. Sarebbe stato così bello poter dire: Gesù ha affrontato la morte anche al nostro posto e morti potremmo andare in Paradiso per un sentiero fiorito».

E invece «Dio ha voluto che passassimo per questo duro calle che è la morte ed entrassimo nell’oscurità che fa sempre un po’ paura». Ma qui sta l’essenziale: «Mi sono riappacificato col pensiero di dover morire quando ho compreso che senza la morte non arriveremmo mai a fare un atto di piena fiducia in Dio. Di fatto in ogni scelta impegnativa noi abbiamo sempre delle “uscite di sicurezza“. Invece la morte ci obbliga a fidarci totalmente di Dio». È l’insegnamento di Montini, «per me fu un po’ come un padre». Perché ciò che ci attende dopo la morte «è un mistero» che richiede «un affidamento totale»: «Desideriamo essere con Gesù e questo nostro desiderio lo esprimiamo ad occhi chiusi, alla cieca, mettendoci in tutto nelle sue mani». (Gian Guido Vecchi)

Carlo Maria Martini - tomba in duomo

1-Risultati della ricerca per martini3

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in GLOBULI ROSSI COMPANY. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...