QUANDO IL MISERICORDIOSO SI FA PIU’ VICINO – Angelo Nocent

 

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HO AGGIUNTO UN POSTO A TAVOLA – Angelo Nocent

 

 

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GIOVANI MA DA PROTAGONISTI – Angelo Nocent

Piedi per terra, sguardo in alto

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IL SOGNATORE – Angelo Nocent

1-Aggiornato di recente1768

Da quel giorno ai nostri, è successo di tutto ai TESTIMONI:

– “Ecco, sta arrivando il nostro sognatore! – dicevano fra loro. Non perdiamo tempo! Uccidiamolo e gettiamo il suo  corpo in una cisterna. Poi diremo che l’ha divorato una belva feroce. Così vedremo a che gli servono il suoi sogni” (Genesi 37, 19-20).

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Avevo 22 anni quando è accaduto. Ricordo benissimo. La sua vita, dedicata ai diritti dei poveri e degli emarginati aveva fortemente polarizzato la nostra attenzione. Ci sentivamo coinvolti e ci pareva di essere pronti a portare avanti ideali di pace e di giustizia. Ma non avevamo messo in conto che quell’ardore  giovanile poteva avere un costo e un bel giorno il conto da pagare è arrivato…
Ma la lezione del Rev. Dott. King dopo 50 anni è ancora viva nel cuore.

 



Martin Luther King
Jr
., nato Michael King Jr. (Atlanta, 15 gennaio 1929 – Memphis, 4 aprile 1968), è stato un pastore protestante, politico e attivista statunitense, leader del movimento per i diritti civili degli afroamericani. Il suo nome viene accostato per la sua attività di pacifista a quello di Gandhi, il leader della non violenza …

 

Sul luogo dove Martin Luter King è stato assassinato la moglie Coretta ha fatto affiggere una lapide che riprende una frase della Bibbia, della Genesi,: “Eccolo là il sognatore, uccidiamolo!

Questa frase si riferisce a Giuseppe, figlio di Giacobbe, odiato dai suoi fratelli appunto perché sognatore e perché essi non riuscivano a capire i suoi sogni.

I sognatori, infatti, sono pericolosi perché superano la razionalità funzionale al mantenimento dello status quo e portano nei recinti stretti del realismo immagini e visioni che rompono ogni barriera.

Sono pericolosi perché non si adattano, ma si intestardiscono a immaginare “altrimenti”.

Anche quando sono costretti dalle condizioni storiche a vivere in una realtà che non li soddisfa, continuano ad immaginare, vedere, progettare un mondo ed una situazione altra, diversa.

Per questo ogni cambiamentose vuole essere vero, ogni rivoluzione, ogni alternativa non possono non partire da un sogno.

Confessiamolo subito: vogliamo essere qui, siamo qui oggi, ci riuniamo di fronte al Signore, ci impeganmo nella chiesa e nella sua diaconia perché abbiamo un grande sogno, un grande sogno di pace!

Vogliamo essere qui perché abbiamo ancora la capacità di avere delle visioni: “E vidi un nuovo cielo ed una nuova terra…..e non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né pianto perché le cose di prima sono passate” (Ap. 21: 1-4).

Mi domamdo: perché dobbiamo dare per ineluttabile che il male continui, che la guerra vada avanti, che le armi siano indispensabili alla difesa, che non ci possa essere altra soluzione ai conflitti che la violenza?

Perché non pensare che sia possibile costruire un mondo su basi diverse?

Perché non cominciamo ad agire ed operare come se questo “nuovo mondo” che – almeno potenzialmente – è nelle aspirazioni di tutti già fosse totalmente presente?

Sappiamo come credenti di essere in cammino verso quello che chiamiamo Regno di Dio: che è già presente, anche se non ancora realizzato.

La sfida che ci è posta nella storia è proprio quella di vivere a partire da quel “già” che sta continuamente in tensione con quell’altro “non ancora”.

Analogamente la pace.

Non è realizzata ancora totalmente, anzi, pare lontana, molto lontana.

Eppure è presente, almeno nei sogni, nell’impegno, nella vita di tanti:

la sfida che è posta a chi crede veramente nella pace è proprio quella di porre dei gesti, di fare delle azioni che si situino in questo “già” anche se è continuamente in tensione con un drammatico “non ancora” che sembra continuamente smentirlo.

Se interrogo Gesù come uomo mi accorgo che potrei definirlo l’incarnazione della nonviolenza in un mondo violento.

E’ apparso in lui un progetto di vita non basato sulla volontà di potenza. Infatti il momento della sua piena manifestazione è stato la croce.

Ma si può assumere la croce in modo ideologico, facendone uno strumento che può andare bene persino a Costantino “In hoc signo vinces”.

La croce diventa in questo modo strumento di guerra, di oppressione, sviando così il mistero di colui che disse: “rimetti la spada nel fodero”.

La croce del Signore, la sua morte, è invece la manifestazione che la vera potenza di Dio si manifesta là dove, secondo la mentalità dell’uomo, vi è l’impotenza ed il fallimento. Attraverso le cose deboli Dio vince le cose forti.

Il mondo dei tempi di Gesù era violento, come lo è il nostro. L’Evangelo ce lo presenta bene: fin dall’inizio quando Erode vuole uccidere Gesù, anzi, fin quando Maria e Giuseppe non trovano posto nell’albergo.

Gesù è nato fuori dalla città, così come è stato ucciso fuori dalla città.

E’ nato come un poveraccio è morto come un delinquente, un indegno.

La croce rappresenta la rivelazione radicale del mondo violento che scaccia la donna e l’uomo secondo il criterio dell’arbitrio politico, del potere economico, della cultura sopraffatrice.

L’alternativa che essa presenta è la scelta di coloro che nel mondo non contano. Ecco allora che il discorso della montagna è l’esegesi vera della croce: “avete udito che fu detto, amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico, ma io vi dico amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi perseguitano”.

Gli spazi che come credenti siamo chiamati ad occupare nel mondo sono allora là dove si divarica il mondo tra il solco della volontà di potenza ed il mondo della non volontà di potenza.

Ma c’è di più.

La croce di Gesù ci dimostra che Dio non fa pace perché l’uomo è diventato buono, non perdona perché ci si è convertiti. Fa pace! Punto e basta: perdona, punto e basta. UNILATERALMENTE.

Dice Paolo nella lettera ai Romani: “Mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito. Ora, a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. Ma Dio dimostra il suo amore per noi perché, mentre ancora eravamo peccatori, Cristo è morto per noi” (Rm 5: 6-8).

Chi crede sa che il solo suo scudo è il Signore e che ogni arma in cui pone la propria sicurezza è espressione di idolatria.

Dio non è il Dio degli eserciti. All’espressione veterotestamentaria che definisci Dio così, Paolo oppone la definizione di Dio come Dio della pace.

Colui che rompe l’inimicizia, facendo, sem’pre lui, il primo passo. Sempre in modo unilaterale.

Come sarebbe bella una chiesa che proclamasse, come chiedeva il past. Gollitzer, di non accettare mai, in nessuna maniera di essere difesa dalle armi, che non accampasse diritti o privilegi, che non accettasse di presenziare alle parate di coloro che esprimono volontà di potenza, che fosse nel mondo segno della nonviolenza radicale della croce.

E’ un compito che tutti noi che di queste chiese facciamo parte dobbiamo assumerci senza paura di difficoltà di sorta.

Certo, occorre resistere alle lusinghe ed ai privilegi che il potere da a chi si prostituisce al lui: “tutto questo io ti darò, disse Satana a Gesù, se prostrato mi adorerai”.

In questo senso mi viene in mente una frase di Bonnhoeffer che rimproverando i silenzi della sua chiesa durante il nazismo scriveva: “oggi non ci è chiesto di resistere facendo la confessione di fede, ma di fare la confessione di fede resistendo”.

Per questo sorelle e fratelli:

Io scelgo di identificarmi con i bisognosi, scelgo di identificarmi con i poveri. Scelgo di dare la mia vita per gli affamati. Scelgo di dare la mia vita per coloro che sono stati esclusi dalla luce delle opportunità. Scelgo di vivere per e con quelli che si trovano a vedere la vita come un lungo e desolato corridoio senza un segno che indichi l’uscita. Questa è la strada che seguo. Se significa soffrire un po’, seguo questa strada. Se significa sacrificarsi, seguo questa strada. Se significa morire per loro seguo questa strada, perché ho sentito una voce che diceva: “fai qualcosa per gli altri”.

 Amen

 Predicazione tenuta dal pastore  Alessandro  Sansone

Attiva l’audio:

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SABATO SANTO 1966 – Angelo Nocent

Sabato Santo - fuoco

VEGLIA PASQUALE NELLA BASILICA VATICANA

OMELIA DI PAOLO VI

Sabato Santo, 9 aprile 1966

Nel rivolgersi ai Fratelli, ai figli e fedeli presenti, il Santo Padre dichiara, anzitutto, che il Rito della Veglia Pasquale è già di per sé tanto esteso e particolareggiato da non richiedere commenti. Tuttavia, dovendo onorare, anche con un breve cenno soltanto, la liturgia della Parola, Egli inviterà gli ascoltatori a meditare sopra uno degli aspetti prevalenti, non l’unico, del Rito medesimo, cioè il suo carattere vigiliare.

VIGILIA SACRA

È una vigilia quella che celebriamo; essa tocca pure la solennità di cui è degna prefazione. Le grandi cose non avvengono mai all’improvviso nella nostra storia umana. Non siamo mai così bravi da comprendere tutto per via di intuito e senza la fatica di qualche predisposizione voluta. La Quaresima, oggi terminata, è appunto il ciclo preparatorio all’epilogo di quest’ora notturna, ricca d’una forza ed intensità particolari.

La vigilia, e cioè l’attenzione ascetica, l’esercizio della nostra volontà, l’impegno di tutte le nostre facoltà: memoria, sentimenti, propositi, rivolge ogni elemento verso il punto più alto del Mistero Pasquale. Questo aspetto ascetico diviene evidente per il fatto che il Rito dovrebbe essere celebrato nel tempo destinato al riposo, al sonno, durante la notte. Perciò è molto lungo. Deve occupare tutte le ore che vanno dal tramonto all’alba, ed è frammisto di letture, di canti e di preghiere, proprio per alternare, con la diversità degli atti e riferimenti, la nostra attenzione e tenerla vigile, desta e interessata. Lo sforzo per vincere il sonno assume in questa notte uno spiccato aspetto penitenziale, e cioè di grande, buona volontà, nel desiderio di andare al Mistero Pasquale preparati con qualche sacrificio e rinunzia, con un raffronto fra ciò che ci è abituale e caro e quel ch’è insolito e ancor più soave: l’incontro con Cristo Risorto.

Alla preparazione ascetica si unisce quella della mente, interessata alle lezioni, ai grandi quadri biblici che sono stati posti davanti a noi con la lettura delle «profezie». Cosa vuol dire questo quadro, questa sintesi della storia della salvezza, come oggi si dice, cioè nel procedimento seguito da Dio nel concedersi a noi, in una rivelazione graduale che ha avuto i momenti, i periodi, le stagioni, gli istanti di luce e anche le pause, ma sempre con una coerenza, una progressione che dalla comparsa dell’uomo sulla terra, l’antico Adamo, giunge fino all’avvento di Gesù Cristo, il nuovo Adamo, sintesi della lunga escursione divinamente predisposta per segnare la storia della umanità?

IL SIGNORE E L’UOMO

È il fulcro della meditazione proposta durante la Santa Notte, la quale ha il suo riflesso precipuo anche su come l’uomo, con tutte le sue vicende ed alternative, con tutte le sue sconfitte e le vittorie; con i suoi momenti di pienezza e altri di depressione; di fedeltà e di infedeltà, abbia partecipato al dialogo proposto dal Signore. È la storia spirituale del mondo, che ha poi il suo riscontro, si può dire soggettivamente, nella piccola, ma per noi unica, interessante, storia della nostra anima. Anche ciascuno di noi ha ricevuto graduali rivelazioni.

Il Signore ha usato una pedagogia progressiva per noi e ci ha amati, ci ha istruiti; e finalmente ecco la Pasqua in cui ancora Egli si concede, ci viene incontro, e ci vuole idonei a ricordare degnamente le preparazioni celesti e ad esaltare i grandi Misteri vitali. Possiamo guardare in che cosa si riassuma tale celebrazione nel suo significato finale. Abbiamo poco fa acceso il Cero pasquale, abbiamo benedetto l’acqua del battesimo, e rinnovate le promesse battesimali: infine prorompe l’Alleluja . . . Vediamo il contrasto notturno fra le tenebre esteriori e la luce, fra la morte e la vita, fra il peccato e la grazia, fra la beatitudine di chi è in contatto con la vita stessa, Dio, e l’oscurità di chi non lo è. Ora questo dualismo, in una parola, è il grande tema della Vigilia Pasquale.

CANTO SUBLIME

Chi ha seguito il canto dell’Exultet, che è forse il più lirico, il più bello dei canti della liturgia cristiana, avrà sentito echeggiare le parole e gli insegnamenti della primissima teologia, quella di S. Paolo, che ha trovato nelle formule di Sant’Agostino e di Sant’Ambrogio le sue espressioni più alte e più paradossali: O felix culpa! Era necessario che l’uomo cadesse per avere un tanto Redentore! Non sarebbe servito a nulla avere la vita naturale se non ci fosse stata poi largita la vita soprannaturale. Il dualismo, dunque, fra tenebre e luce, tra la vita e la morte, tra la storia di Cristo che soffre e dà la vita per noi e quindi la riprende per aprirci il cammino verso l’eternità. Tutto questo deve offrire alle nostre anime argomento di riflessione e davvero colmare i nostri spiriti di una moltitudine di pensieri, che riprendono il loro ordine risalendo precisamente al dualismo del bene e del male, della grazia e del peccato, della vita e della morte.

Ed ecco la conclusione da queste premesse: noi riconosciamo con letizia e gratitudine di essere stati salvati. E cioè: tutta la nostra storia, la nostra salvezza è guidata da un prodigio unico: la misericordia di Dio, la quale gratuitamente ci redime per effondere in noi la rivelazione suprema di ciò che Egli è: Bontà infinita. Con indicibile amore ha voluto salvare l’umanità concedendosi senza alcun limite, anche dopo che l’uomo avrebbe meritato ben altro; e cioè la condanna, l’ira e la morte perpetua.

Il nostro inno alla bontà divina non toglie, anzi mette in rilievo, quel che noi dobbiamo compiere per meritare la grazia del Signore. Abbiamo poco fa rinnovato le promesse battesimali, cioè abbiamo proclamato di voler porre a disposizione di Dio la nostra persona, perché Egli agisca in noi, compia in noi la salvezza. Ed anche qui Sant’Agostino, pare a Noi, ha la parola ardita, sintetica e sublime che riassume tutto l’eccelso poema, benché spesso è in noi un dramma continuo. Enuncia i due poli, due parole immense: una riferita a Dio e si chiama misericordia; l’altra riferita all’uomo e si chiama miseria. Nell’incontro di queste due entità – conclude il Santo Padre -, e cioè della infinità di Dio che salva, e della nostra povertà che ha bisogno di essere salvata, sta la Pasqua, la risurrezione, la nostra gioia; e da ciò deriva il nostro impegno. Sarà quello che porteremo nel cuore appunto come ricordo di questa santa celebrazione.

CON LA MADONNA DEL SABATO SANTO

https://grcompany.wordpress.com/2015/04/04/con-la-madonna-del-sabato-santo-angelo-nocent-2/

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GIUDA: PARLIAMONE – Angelo Nocent

NOSTRO FRATELLO GIUDA

di Don Primo Mazzolari

Miei cari fratelli, è proprio una scena d’agonia e di cenacolo. Fuori c’è tanto buio e piove. Nella nostra Chiesa, che è diventata il Cenacolo, non piove, non c’è buio, ma c’è una solitudine di cuori di cui forse il Signore porta il peso. C’è un nome, che torna tanto nella preghiera della Messa che sto celebrando in commemorazione del Cenacolo del Signore, un nome che fa’ spavento, il nome di Giuda, il Traditore.

Un gruppo di vostri bambini rappresenta gli Apostoli; sono dodici. Quelli sono tutti innocenti, tutti buoni, non hanno ancora imparato a tradire e Dio voglia che non soltanto loro, ma che tutti i nostri figlioli non imparino a tradire il Signore. Chi tradisce il Signore, tradisce la propria anima, tradisce i fratelli, la propria coscienza, il proprio dovere e diventa un infelice. Io mi dimentico per un momento del Signore o meglio il Signore è presente nel riflesso del dolore di questo tradimento, che deve aver dato al cuore del Signore una sofferenza sconfinata. Povero Giuda. Che cosa gli sia passato nell’anima io non lo so. E’ uno dei personaggi più misteriosi che noi troviamo nella Passione del Signore.

Non cercherò neanche di spiegarvelo, mi accontento di domandarvi un po’ di pietà per il nostro povero fratello Giuda. Non vergognatevi di assumere questa fratellanza. Io non me ne vergogno, perché so quante volte ho tradito il Signore; e credo che nessuno di voi debba vergognarsi di lui. E chiamandolo fratello, noi siamo nel linguaggio del Signore.

Quando ha ricevuto il bacio del tradimento, nel Getsemani, il Signore gli ha risposto con quelle parole che non dobbiamo dimenticare: “Amico, con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo!” Amico! Questa parola che vi dice l’infinita tenerezza della carità del Signore, vi fa’ anche capire perché io l’ho chiamato in questo momento fratello. Aveva detto nel Cenacolo non vi chiamerò servi ma amici.

Gli Apostoli son diventati gli amici del Signore: buoni o no, generosi o no, fedeli o no, rimangono sempre gli amici. Noi possiamo tradire l’amicizia del Cristo, Cristo non tradisce mai noi, i suoi amici; anche quando non lo meritiamo, anche quando ci rivoltiamo contro di Lui, anche quando lo neghiamo, davanti ai suoi occhi e al suo cuore, noi siamo sempre gli amici del Signore.

Giuda è un amico del Signore anche nel momento in cui, baciandolo, consumava il tradimento del Maestro. Vi ho domandato: come mai un apostolo del Signore è finito come traditore? Conoscete voi, o miei cari fratelli, il mistero del male? Sapete dirmi come noi siamo diventati cattivi? Ricordatevi che nessuno di noi in un certo momento non ha scoperto dentro di sé il male.

L’abbiamo visto crescere il male, non sappiamo neanche perché ci siamo abbandonati al male, perché siamo diventati dei bestemmiatori, dei negatori. Non sappiamo neanche perché abbiamo voltato le spalle a Cristo e alla Chiesa. Ad un certo momento ecco, è venuto fuori il male, di dove è venuto fuori? Chi ce l’ha insegnato? Chi ci ha corrotto? Chi ci ha tolto l’innocenza? Chi ci ha tolto la fede? Chi ci ha tolto la capacità di credere nel bene, di amare il bene, di accettare il dovere, di affrontare la vita come una missione. Vedete, Giuda, fratello nostro! Fratello in questa comune miseria e in questa sorpresa! Qualcheduno però, deve avere aiutato Giuda a diventare il Traditore.

C’è una parola nel Vangelo, che non spiega il mistero del male di Giuda, ma che ce lo mette davanti in un modo impressionante: “Satana lo ha occupato”. Ha preso possesso di lui, qualcheduno deve avervelo introdotto. Quanta gente ha il mestiere di Satana: distruggere l’opera di Dio, desolare le coscienze, spargere il dubbio, insinuare l’incredulità, togliere la fiducia in Dio, cancellare il Dio dai cuori di tante creature. Questa è l’opera del male, è l’opera di Satana. Ha agito in Giuda e può agire anche dentro di noi se non stiamo attenti. Per questo il Signore aveva detto ai suoi Apostoli là nell’ orto degli ulivi, quando se li era chiamati vicini: “State svegli e pregate per non entrare in tentazione”. E la tentazione è incominciata col denaro. Le mani che contano il denaro.

Che cosa mi date? Che io ve lo metto nelle mani? E gli contarono trenta denari. Ma glieli hanno contati dopo che il Cristo era già stato arrestato e portato davanti al tribunale. Vedete il baratto! L’amico, il maestro, colui che l’aveva scelto, che ne aveva fatto un Apostolo, colui che ci ha fatto un figliolo di Dio; che ci ha dato la dignità, la libertà, la grandezza dei figli di Dio. Ecco! Baratto! Trenta denari! Il piccolo guadagno. Vale poco una coscienza, o miei cari fratelli, trenta denari. E qualche volta anche ci vendiamo per meno di trenta denari. Ecco i nostri guadagni, per cui voi sentite catalogare Giuda come un pessimo affarista.

C’è qualcheduno che crede di aver fatto un affare vendendo Cristo, rinnegando Cristo, mettendosi dalla parte dei nemici. Crede di aver guadagnato il posto, un po’ di lavoro, una certa stima, una certa considerazione, tra certi amici i quali godono di poter portare via il meglio che c’è nell’anima e nella coscienza di qualche loro compagno. Ecco vedete il guadagno? Trenta denari! Che cosa diventano questi trenta denari? Ad un certo momento voi vedete un uomo, Giuda, siamo nella giornata di domani, quando il Cristo sta per essere condannato a morte. Forse Lui non aveva immaginato che il suo tradimento arrivasse tanto lontano. Quando ha sentito il crucifigge, quando l’ha visto percosso a morte nell’atrio di Pilato, il traditore trova un gesto, un grande gesto. Va’ dov’erano ancora radunati i capi del popolo, quelli che l’avevano comperato, quella da cui si era lasciato comperare. Ha in mano la borsa, prende i trenta denari, glieli butta, prendete, è il prezzo del sangue del Giusto.

Una rivelazione di fede, aveva misurato la gravità del suo misfatto. Non contavano più questi denari. Aveva fatto tanti calcoli, su questi denari. Il denaro. Trenta denari. Che cosa importa della coscienza, che cosa importa essere cristiani? Che cosa ci importa di Dio? Dio non lo si vede, Dio non ci da’ da mangiare, Dio non ci fa’ divertire, Dio non da’ la ragione della nostra vita. I trenta denari. E non abbiamo la forza di tenerli nelle mani. E se ne vanno. Perché dove la coscienza non è tranquilla anche il denaro diventa un tormento. C’è un gesto, un gesto che denota una grandezza umana. Glieli butta là.

Credete voi che quella gente capisca qualche cosa? Li raccoglie e dice: “Poiché hanno del sangue, li mettiamo in disparte. Compereremo un po’ di terra e ne faremo un cimitero per i forestieri che muoiono durante la Pasqua e le altre feste grandi del nostro popolo”. Così la scena si cambia, domani sera qui, quando si scoprirà la croce, voi vedrete che ci sono due patiboli, c’è la croce di cristo; c’è un albero, dove il traditore si è impiccato. Povero Giuda. Povero fratello nostro. Il più grande dei peccati, non è quello di vendere il Cristo; è quello di disperare. Anche Pietro aveva negato il Maestro; e poi lo ha guardato e si è messo a piangere e il Signore lo ha ricollocato al suo posto: il suo vicario.

Tutti gli Apostoli hanno abbandonato il Signore e son tornati, e il Cristo ha perdonato loro e li ha ripresi con la stessa fiducia. Credete voi che non ci sarebbe stato posto anche per Giuda se avesse voluto, se si fosse portato ai piedi del calvario, se lo avesse guardato almeno a un angolo o a una svolta della strada della Via Crucis: la salvezza sarebbe arrivata anche per lui. Povero Giuda. Una croce e un albero di un impiccato. Dei chiodi e una corda. Provate a confrontare queste due fini. Voi mi direte: “Muore l’uno e muore l’altro”.

Io però vorrei domandarvi qual è la morte che voi eleggete, sulla croce come il Cristo, nella speranza del Cristo, o impiccati, disperati, senza niente davanti. Perdonatemi se questa sera che avrebbe dovuto essere di intimità, io vi ho portato delle considerazioni così dolorose, ma io voglio bene anche a Giuda, è mio fratello Giuda. Pregherò per lui anche questa sera, perché io non giudico, io non condanno; dovrei giudicare me, dovrei condannare me. Io non posso non pensare che anche per Giuda la misericordia di Dio, questo abbraccio di carità, quella parola amico, che gli ha detto il Signore mentre lui lo baciava per tradirlo, io non posso pensare che questa parola non abbia fatto strada nel suo povero cuore.

E forse l’ultimo momento, ricordando quella parola e l’accettazione del bacio, anche Giuda avrà sentito che il Signore gli voleva ancora bene e lo riceveva tra i suoi di là. Forse il primo apostolo che è entrato insieme ai due ladroni. Un corteo che certamente pare che non faccia onore al figliolo di Dio, come qualcheduno lo concepisce, ma che è una grandezza della sua misericordia. E adesso, che prima di riprendere la Messa, ripeterò il gesto di Cristo nell’ ultima cena, lavando i nostri bambini che rappresentano gli Apostoli del Signore in mezzo a noi, baciando quei piedini innocenti, lasciate che io pensi per un momento al Giuda che ho dentro di me, al Giuda che forse anche voi avete dentro.

E lasciate che io domandi a Gesù, a Gesù che è in agonia, a Gesù che ci accetta come siamo, lasciate che io gli domandi, come grazia pasquale, di chiamarmi amico. La Pasqua è questa parola detta ad un povero Giuda come me, detta a dei poveri Giuda come voi. Questa è la gioia: che Cristo ci ama, che Cristo ci perdona, che Cristo non vuole che noi ci disperiamo. Anche quando noi ci rivolteremo tutti i momenti contro di Lui, anche quando lo bestemmieremo, anche quando rifiuteremo il Sacerdote all’ ultimo momento della nostra vita, ricordatevi che per Lui noi saremo sempre gli amici.

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SCHIENE A DISPOSIZIONE DI DIO – Angelo Nocent

1-Aggiornato di recente1742-001.jpgIl re che ristabilirà la pace
9Gioisci, sii contenta, Gerusalemme! 
Esulta di felicità, città di Sion! 
Guarda, il tuo re viene a te, 
giusto e vittorioso, 
umile e sopra un asino
un asinello puledro d’asina. 
10Farà scomparire da Israele i carri da guerra
e da Gerusalemme i cavalli, 
spezzerà gli archi dei soldati. 
Ristabilirà la pace fra le nazioni 
e regnerà da mare a mare, 
dal fiume Eufrate
fino ai confini della terra. (Zaccaria 9, 9-10).

DOMENICA DELLE PALME – ASCOLTA IL COMMENTO AL VANGELO DI MARCO IL PIU’ ANTICO

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