UN PANDORO-PROVVIDENZA – Angelo Nocent

Se un TIR di panettoni è troppo, uno alla prossima spesa ci può stare !

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GLOBULI ROSSI: RICAPITOLANDO PER CAPIRCI – Angelo Noc

Vite tralciNelle cartoline che seguono non c’è una logica successione, solo un filo conduttore: TPA-spa (TUTTO PER AMORE – solo per amore), ossia l’aspirazione del cuore di ognuno.

Sono tessere, frammenti di un mosaico da sviluppare giorno dopo giorno.

Il COPIA-INCOLLA, SEMINA, DIFFONDI, PASSAPAROLA…è uno strumento di comunicazione: comunicare nella fede.

Noi: solo VOCE. Lui: la PAROLA / Cristo è tutto per noi).
La voce dice e poi si dissolve. La Parola resta: nel cuore di chi la dice, nel cuore di chi la riceve. 
Così all’infinito…

Va sottolineato: due o tre…nel Suo NOME!

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Da “GIOVANNI DI DIO – Lettere dal Cielo”

Dietro c’è una storia…Ma sarà per un’altra volta.

 

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BENIN – FRA FIORENZO PRIULI

45 ANNI D’AFRICA

Fra Fiorenzo Priuli2

ALTRO: https://grcompany.wordpress.com/2014/05/17/fra-fiorenzo-priuli/

 

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SALMI – Audio – Ed. Paoline – Angelo Nocent

 

Salmi

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GLOBULI ROSSI 8 DICEMBRE 2017 – Angelo Nocent

Logo GR94GLOBULI ROSSI company – 8 Dicembre 2017

Ogni anno pubblicavo l’Atto di Consacrazione a Maria nel giorno dell’Immacolata. Quest’anno sono rimasto titubante, perplesso: lo faccio o non lo faccio? E per chi?

Sogni

Poi, l’ incoraggiamento a non desistere m’è venuto dalle parola di Gesù, più volte rimasto solo con i suoi pensieri…: “Quando due o tre pensate: due o tresono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18, 20). E mi è bastato per riprende la strada di Emmaus…certo che il Signore si farà compagno di viaggio e verrà a riscaldarci il cuore.

E’ da tempo che vado riflettendo sul tema dei laici nella Chiesa. In questi ultimi tempi c’è un’ondata di ripensamenti che può disorientare ma che farà crescere la Chiesa intera. Nell’Azione Cattolica Ambrosina in questi giorni gira un messaggio che aiuta a non perdere la fiducia : “Non si può cambiare il mondo in una notte”. Va benissimo anche per noi che, nel nostro piccolo, facciamo già fatica solo a condividere e ad aiutarci a portare gli uni i pesi degli altri.

Carlo Maria Martini

Proprio trent’anni fa il Card. Martini scriveva:

Per quanto riguarda le aggregazioni che stanno sinceramente sforzandosi di collocarsi nel quadro della Chiesa locale, si richiede sempre da esse di non scambiare vivacità con protagonismo, di sapere qualche volta abbassare un po’ i cartelli, di saper fare il bene anche senza diritti d’autore: perché è più importante che il bene si faccia rispetto al fatto che esso ci venga attribuito. Dovremmo sempre ricordare che il bene fatto dagli altri vale almeno quanto il nostro: altrimenti siamo lontani dal Regno (Martini 1987, 311).

Nel nostro caso, nulla di tutto questo, nessuna ambizione e tanto meno “diritti d’autore”. Una semplice condivisione d’intenti, per stare in comunione, ognuno nel suo ambiente familiare e lavorativo, con un modesto cartello che ricorda ogni volta di fare TUTTO PER AMORE, SOLO PER AMORE, sull’esempio di un giovane santo del nostro tempo: RICCARDO PAMPURI che ha vissuto da laico e da religioso, quella regola che ci fa Chiesa: il VANGELO. E come guida spirituale l’Arcivescovo Martini e la regola di vita che ha dettato per i cristiani della sua Diocesi, che ricalca nient’altro che il vangelo di Gesù, Via, Verità e Vita.

LA MIA REGOLA DI VITA

https://grcompany.wordpress.com/2012/01/25/globuli-rossi-company-la-mia-regola-di-vita/

 

Modelli

GLOBULI ROSSI poi, sta semplicemente a farci ricordare di tenere sotto controllo l’ ANEMIA SPIRITUALE e di provare ad essere DISRIBUTORI DI OSSIGENO per i tanti anemici che incontriamo sul nostro percorso quotidiano. Niente di più.

In questi giorni mi hanno colpito le omelie e gli interventi del nuovo arcivescovo di Milano MARIO DELPINI. Una in particolare, inerente alla professione perpetua di due giovani suore, dove ce n’è per tutti, laici compresi.

La propongo per intero con i suoi insistenti “NON BASTA...”perché ognuno prenda la fetta di torta che più gli si addice. Perché – parlo per me – dove sono arrivato, NON BASTA…

Risultati della ricerca per delpini«Siamo andati fino a Gerusalemme, fino alla città santa, fremente di attese e di impazienze, di folle agitate e di potenti suscettibili, perché proviamo compassione per l’oppressione della nostra gente, per lo scoraggiamento che talora la deprime e l’inquietudine che la rende facile vittima di promesse e illusioni. Ecco fin dove siamo andati: fino alla città dei nostri fratelli uomini».

«Non basta andare fino alla città, non basta che la compassione sia un sentimento che induce a condividere, che la desolazione del popolo sia una domanda che raggiunge come una ferita, che l’inquietudine contagi come una malattia. La vicinanza offre un momento di sollievo, la presenza amica rende più sopportabile la tribolazione, ma non basta».
E, altrettanto, per il Golgota: «Siamo andati fino allo spettacolo tremendo della Croce, quando si è compiuta la trama dei potenti e il profeta venuto dalla Giudea è stato messo a morte. Siamo andati a constatare che il potere è nemico dei profeti e che i giusti sono vittime dell’ingiustizia e che chi vuole essere fedele al Dio non ha successo sulla terra abitata dall’oppressore senza pietà. Siamo andati fino a raccogliere l’esempio di una morte tragica e di un amore esemplare». Eppure, ancora non basta riconoscere la cattiveria umana e l’esempio, non basta lo sdegno».
E non bastano neppure le parole dei Profeti che scaldano il cuore: occorre andare oltre, facendo un incontro, sperimentando una presenza viva, entrando in un’appartenenza che segna l’intera vita.

2614-Carlo Maria Martini ANSA DANIEL DAL ZENNAROnloads-001In una parola, «occorre spezzare il pane che rende possibile dimorare nel Signore, non per un ricordo affettuoso, non per un sentimento intenso, ma per l’opera di Dio che rende partecipi della stessa vita del Figlio. Ecco fin dove si deve arrivare, fino allo spezzare del pane che celebra la presenza reale del sacrificio che salva e che chiama alla comunione fino al sacrificio». Esattamente come san Luca, 2000 anni fa, scriveva dei discepoli di Emmaus che avevano riconosciuto il Cristo risorto “nello spezzare del pane”.

Coloro che emettono i voti esprimono questo, «sono una parola e una testimonianza per rispondere alla domanda: fin dove, viandanti? Fino alla definitività, vissuta non come un impegno da assumere, ma come la grazia che si irradia dalla definitiva consegna di Gesù che rende possibile la definitiva consacrazione a Lui».
Ma la domanda coinvolge anche il battezzato che non ha voti: fin dove, viandante?  Pensando che non basta FAR LA COMUNIONE per essere IN COMUNIONE.

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AMBROGIO: SANTITA’ DI POPOLO – Angelo nocent

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Milano 374. In una delle chiese della città, gremita fino all’inverosimile, presbiteri e laici, vecchi e giovani, cattolici e ariani stavano discutendo animatamente sul nome del successore del vescovo Assenzio (ariano) morto di recente. Era un po’ di tempo ormai che le due fazioni si affrontavano animatamente anche per le strade, con qualche pericolo per l’ordine pubblico. Non si poteva far finta di niente.

E infatti Ambrogio, il governatore (della Lombardia, Liguria ed Emilia, con sede appunto a Milano) si recò in quella chiesa per calmare gli animi e per incoraggiare il popolo a fare la scelta del nuovo vescovo in un clima di dialogo, di pace e di rispetto reciproco. Il popolo accolse le sue esortazioni, anche perché era un governatore imparziale, stimato e ben voluto dalla popolazione essendosi dedicato sempre al bene di tutti. La sua missione di funzionario pubblico sembrava compiuta e con successo, quando accadde l’imprevisto che gli cambierà completamente la vita.

Qualcuno dalla folla, sembra un bambino, gridò forte: “Ambrogio vescovo” e l’intera assemblea, cattolici e ariani, vecchi e giovani, presbiteri e laici, quasi folgorati da quel grido (era un’ispirazione dall’alto?) ripeterono a loro volta “Ambrogio vescovo”. Non si diceva già allora “Vox populi, vox Dei”?.

A furor di popolo, ecco trovata la soluzione allo spinoso problema. Tutti d’accordo sul nuovo vescovo: il loro governatore, anche se era un semplice catecumeno e per giunta senza ambizioni ecclesiastiche. E l’interessato? Per la verità non era proprio entusiasta. Proprio lui ancora semplice catecumeno e per di più a completo digiuno di teologia (quindi senza un’adeguata preparazione ad essere vescovo)? Sembrava tutto assurdo.

Si appellò a Valentiniano protestando la propria inadeguatezza all’incarico “datogli” dal popolo. Non trovò una sponda favorevole nell’imperatore: anzi questi gli disse che si sentiva lui stesso lusingato per aver scelto un governatore “politico” (Ambrogio) che era stato ritenuto degno persino di svolgere l’ufficio episcopale (anche perché allora il vescovo di Milano aveva una specie di giurisdizione su quasi tutto il Nord Italia, quindi era un incarico molto prestigioso).
Ed Ambrogio accettò. Fu così che nel giro di una settimana venne battezzato e poi consacrato vescovo, il 7 dicembre del 374. Cominciava così per lui una seconda vita.

Un vescovo tutto per Dio e tutto per il popolo

Ambrogio era nato a Treviri, in Germania, da una nobile famiglia romana della Gens Aurelia. Suo padre era governatore delle Gallie, quindi un importante funzionario imperiale. Quando questi improvvisamente morì, Ambrogio con la sorella Marcellina (Santa) e la madre ritornarono a Roma. Qui continuò gli studi, imparò il greco e divenne un buon poeta e un oratore. Proseguì poi gli studi per la carriera legale ottenendo molti successi in questo campo come avvocato, finché l’imperatore Valentiniano lo nominò nel 370 governatore, con residenza a Milano. Una carriera impressionante.
Ambrogio fece il governatore solo quattro anni, ma la sua opera fu molto incisiva.

Era un uomo al di sopra delle parti e dei partiti, aveva costantemente l’occhio rivolto al bene di tutta la popolazione, non escludendo nessuno specialmente i poveri. Questo atteggiamento gli guadagnò non solo la stima ma addirittura l’affetto sincero di tutta la popolazione, senza distinzione. Possiamo dire che fece così bene il governatore che il Popolo di Dio (con l’imperatore e il Vescovo di Roma Papa Damaso) lo ritennero degno di fare il vescovo. E la “promozione” non era da poco.
Fatto vescovo, decise di rompere ogni legame con la vita precedente: donò infatti le sue ricchezze ai poveri, le sue terre e altre proprietà alla Chiesa, tenendo per sé solo una piccola parte per provvedere alla sorella Marcellina, che anni prima si era consacrata Vergine nella Basilica di San Pietro durante una solenne liturgia di Natale, presente il Papa Liberio. Ambrogio ebbe sempre una grande stima per la madre, per la sorella e per la decisione presa da lei.

Consapevole della sua impreparazione culturale in campo teologico, si diede allo studio della Scrittura e alle opere dei Padri della Chiesa, in particolare Origene, Atanasio e Basilio. La sua vita era frugale e semplice, le sue giornate dense di incontri con la gente, di studio e di preghiera. Ambrogio studiava e poi faceva sostanza della sua preghiera ciò che aveva studiato, quindi, dopo aver pregato, scriveva e quindi predicava. Questo era il suo modo di porgere la Parola di Dio al popolo. Lo stesso Agostino d’Ippona ne rimase affascinato tanto da sceglierlo come maestro nella fede, proprio perché con il suo modo di fare e di predicare aveva contribuito alla sua conversione (insieme alla madre Monica, e naturalmente allo Spirito Santo).

Ogni giorno diceva la Messa per i suoi fedeli dedicandosi poi al loro servizio per ascoltarli, per consigliarli e per difenderli contro i soprusi dei ricchi. Tutti potevano parlargli in qualsiasi momento. Ed è anche per questo che il popolo non solo lo ammirava ma lo amava sinceramente.
È rimasto famoso il suo comportamento quando alcuni soldati nordici avevano sequestrato, in una delle loro razzie, uomini donne e bambini. Ambrogio non esitò a fondere i vasi sacri della chiesa per pagare il loro riscatto. E a coloro (gli ariani) che ebbero il coraggio di criticarlo per l’operato rispose:

“Se la Chiesa ha dell’oro non è per custodirlo, ma per donarlo a chi ne ha bisogno… Meglio conservare i calici vivi delle anime che quelli di metallo”.

“Dove c’è Pietro, c’è la Chiesa”

La Chiesa del tempo di Ambrogio attraversava una grave turbolenza dottrinale: la presenza cioè dell’eresia ariana, originata e predicata da Ario. Questi negava la divinità di Cristo e la sua consustanzialità col Padre, affermando che anche lui era una semplice creatura, scelta da Dio come strumento di salvezza. Come si vede un’eresia dirompente e devastante per la cristianità, che minacciava il centro stesso del Cristianesimo: Gesù Cristo, e questi Figlio di Dio.

Purtroppo ebbe molti seguaci anche nei ranghi alti delle autorità e cioè imperatori e imperatrici, governatori, ufficiali dell’esercito romano che la sostennero con il loro peso politico e militare. Ambrogio conosceva il problema già da governatore, ma dovette affrontarlo specialmente da vescovo di Milano scontrandosi addirittura con la più alta autorità: quella imperiale.
Nel 386 fu approvata una legge che autorizzava le assemblee religiose degli ariani e il possesso delle chiese, ma in realtà bandiva quelle dei cristiani cattolici. Pena di morte a chi non obbediva.

Ambrogio incurante della legge e delle conseguenze personali, si rifiutò di consegnare agli ariani anche una sola chiesa. Arrivarono le minacce contro di lui. Allora il popolo, temendo per il proprio vescovo, si barricò nella basilica insieme con lui. Le truppe imperiali circondarono e assediarono la chiesa, decisi a farli morire di fame. Ambrogio, per occupare il tempo, insegnò ai suoi fedeli salmi e cantici composti da lui stesso e raccontò al popolo tutto ciò che era accaduto tra lui e l’imperatore Valentiniano, riassumendo il tutto con la famosa frase: L’imperatore è nella Chiesa, non sopra la Chiesa”.

Nel frattempo Teodosio il Grande, imperatore d’Oriente, dopo aver sconfitto e giustiziato l’usurpatore Massimo che aveva invaso l’Italia, reintegrò Valentiniano (facendogli abbandonare l’arianesimo) e si fermò per un po’ di tempo a Milano.
La riconoscenza di Ambrogio all’imperatore tuttavia non gli impedì di affrontarlo in ben due occasioni, quando ritenne che il suo comportamento era riprovevole e condannabile pubblicamente. Fu specialmente dopo l’infame massacro di Tessalonica del 390, in cui morirono più di settemila persone, tra cui molte donne e bambini, in rivolta per la morte del governatore. Furono uccisi tutti senza distinzione di innocenti e colpevoli.

Ambrogio, inorridito per l’accaduto, insieme ai suoi collaboratori ritenne responsabile pubblicamente Teodosio stesso, invitandolo a pentirsi. Alla fine l’imperatore cedette e piegò la testa. Questo spiega la grande autorità morale di cui godeva il vescovo. Teodosio morì tre anni dopo e lui stesso ne fece un sincero elogio lodandone l’umiltà e il coraggio di ammettere le proprie colpe, additandone l’esempio anche agli inferiori.

Ambrogio non solo fu un baluardo a difesa della fede cattolica contro l’eresia ariana, ma si adoperò a difendere anche il Vescovo di Roma, Papa Damaso contro l’antipapa Ursino. Egli così riconosceva la funzione ed il primato del Vescovo della Città Eterna (in quanto successore di Pietro) come centro e segno di unità per tutti i cristiani.

È a lui che si deve la famosa frase che recita: Ubi Petrus, ibi Ecclesia” (Dove c’è Pietro, lì c’è la Chiesa), e l’altra: “In omnibus cupio sequi Ecclesiam Romanam” e cioè In tutto voglio seguire la Chiesa Romana” quasi un’attestazione del primato della Chiesa di Roma, sul quale la discussione andrà avanti per secoli e, come si sa, non è ancora finita.

Per i suoi molteplici scritti teologici e scritturistici è uno dei quattro grandi dottori della Chiesa d’Occidente, insieme a Gerolamo, Agostino e Gregorio Magno.
Nella Lettera apostolica Operosam Diem (1996) per il centenario della morte di Ambrogio, Giovanni Paolo II, di venerata memoria, ha messo in risalto due importanti aspetti del suo insegnamento: il convinto cristo-centrismo e la sua originale Mariologia.
Ambrogio viene considerato l’iniziatore della Mariologia latina. Giovanni Paolo II (in Operosam diem, n. 31):

“Di Maria Ambrogio è stato il teologo raffinato e il cantore inesausto. Egli ne offre un ritratto attento, affettuoso, particolareggiato, tratteggiandone le virtù morali, la vita interiore, l’assiduità al lavoro e alla preghiera.

Pur nella sobrietà dello stile, traspare la sua calda devozione alla Vergine, Madre di Cristo, immagine della Chiesa e modello di vita per i cristiani. Contemplandola nel giubilo del Magnificat, il santo vescovo di Milano esclama: “Sia in ciascuno l’anima di Maria a magnificare il Signore, sia in ciascuno lo spirito di Maria a esultare in Dio”.

Del suo cristo-centrismo così ha scritto Giovanni Paolo II: Al centro della sua vita, sta Cristo, ricercato e amato con intenso trasporto. A Lui, tornava continuamente nel suo insegnamento. Su Cristo si modellava pure la carità che proponeva ai fedeli e che testimoniava di persona… Del mistero dell’Incarnazione e della Redenzione, Ambrogio parla con l’ardore di chi è stato letteralmente afferrato da Cristo e tutto vede nella sua luce”.

Questo suo pensiero centrale può essere sintetizzato nella famosa frase del De Virginitate “Cristo per noi è tutto”.

Ambrogio visse e operò totalmente e incessantemente tutto per Cristo e tutto per la Sua Chiesa. Il suo amore a Cristo era inscindibile dal suo amore alla Chiesa. Operare per far crescere l’amore a Cristo significava per lui lavorare, soffrire, studiare, predicare, piangere, rischiare la vita davanti ai potenti del tempo per la Chiesa, popolo di Dio, perché Ambrogio era profondamente convinto che “Fulget Ecclesia non suo, sed Christi lumine” (La Chiesa risplende non di luce propria ma di quella di Cristo), senza dimenticare mai che “Corpus Christi Ecclesia est”, (Il Corpo di Cristo è la sua Chiesa), quindi i fedeli possono benissimo dire tutti: “Nos unum corpus Christi sumus”.

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E per questi fedeli, che sono la Chiesa, che è il corpo di Cristo, e per amore di Cristo presente nella Sua Chiesa, Ambrogio vescovo lavorò, studiò, rischiò la vita, pianse, pregò, predicò, viaggiò e scrisse libri fino alla fine. Questa arrivò, per la verità non inaspettata, il 4 aprile, all’alba del Sabato Santo quando correva l’anno 397.
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Primi Vespri della Festa di Sant’Ambrogio, dalla Basilica di Sant’Ambrogio, Milano, 6 dicembre 2017

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CONFESSO A DIO E A VOI…Angelo Nocent

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Gesù, Tu non ha detto che il Padre dà lo Spirito a chi lo merita; hai detto che dà lo pirito a chi lo chiede. Allora io nuovamente sono qui a chiederlo: Vieni Santo Spirito e la mia mente illumina perché sia Tu a parlare e io la penna che scrive sotto dettatura. Amen !

1-1-Ecco l'agnello di DioSignore, Giovanni nel suo Vangelo Ti descrive come un “passante”. Il Battista, la prima volta ti indica così:In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete (Gv 1,26) Chi sarà? Era come se volesse far morire la gente di curiosità. Un altro giorno, mentre ti vede venire a sé, Ti indica ai discepoli:Ecco è Lui. E’ su di Lui che ho visto scendere lo Spirito Santo”. Ma i discepoli neanche una piega. E c’è un terzo giorno. Mentre stai camminando, lui Ti fissa nella speranza di dirottare lo lo sguardo dei tuoi discepoli: “ Il giorno dopo, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: “Ecco l’agnello di Dio!”.

Gesù, Tu sei uno che passa sulle strade di tutti. La strada, la casa, i luoghi comuni, luoghi del passaggio. Un giorno d’inverno, sei passato anche da casa mia, una casa fredda, un focolare ma poca legna da ardere e meno ancora da mettere in pentola, anche per via della guerra, ma non solo. Sei passato e hai lasciato detto:il bambino cresce, portatelo alla Chiesa. E dopo settantacinque anni Sono qui, nudo davanti a te e solo con me stesso, a celebrare il genetliaco di quel giorno benedetto che ha cambiato per sempre la mia esistenza. E sento il bisogno di confessarti tutta la riconoscenza filiale. Per il pane, che tanto o poco, non è mai mancato. Ma proprio perché sei passato, mi hai guardato, mi hai sussurrato qualcosa che non ricordo e mi ai voluto bene. Questo non l’ho mai dimenticato.

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Oggi sono qui, nudo davanti a Te e solo con me stesso, a  celebrare il settantacinquesimo del mio Santo Battesimo.  Sento il bisogno di confessarti, mio Dio, tutta la riconoscenza filiale. Ma che posso dire di Te, se non che sei il mio Dio, Dio della mia origine e del mio tramonto, Dio della mia gioia e della mia afflizione, Dio della mia vita?

Sì, anche nell’adorare in Te l’Altissimo che non ha bisogno di me, che sta lontano sopra questa valle dove si snoda il mio cammino, ti chiamo pur sempre Dio della mia vita.
In questo “a tu per tu” che mi permetti, non ho bisogno di dire di me a Te che vedi nel segreto  (Mt 6,6). So che il Regno di Dio è dentro di me e che Tu mi ami come sono, perciò non ho motivo di farmi prendere dalla paura, dal momento che sei proprio Tu a dare forza e incoraggiamento. (Rom 15,8).

Invece, nel deserto che sto attraversando, provo lo stupore di un canto,  una giovinezza, un amore ritrovati, proprio come ha descritto il profeta Osea: “(…) la sedurrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore…là mi risponderà come nei giorni della sua giovinezza” (Os 2, 16-17). E’ vero: Tu sei fatto proprio così. A dire il vero, non riesco proprio ad immaginare cosa tu possa trovare in me di così interessante!

Ricordo che un giorno ci hai insegnato a lavarci il capo e a profumarci quando si digiuna. Quale imbarazzo! Perché io non sto digiunando. Ma nel faccia a faccia con Te, ho bisogno di chiederTi il profumo dell’autenticità affinché io rirovi me stesso per cantarti e lodarti con il volto lavato e il capo profumato.

Matrimonio - Michie AkisadaAngelo Nocent3Di quell’età conservo solo un paio di fotografie sfuocate che mi ritraggono nudo e spensierato, con una scatoletta-giocattolo in mano (che ricordo ancora) e un orsacchiotto che mi tiene a bada, seduto su una coperta, nell’orto. Ho presente quel luogo: era accanto alla fontana che gettava acqua in continuazione. Non poteva che essere nel pieno dell’estate successiva all’evento che sto celebrando, avvenuto il 24 di novembre 1942, in pronunciato clima invernale.

A distanza di tanti anni, prendo sempre maggior coscienza di cosa ha fatto di me e fa di noi il Battesimo:

  • l’affidamento al disegno d’amore del Padre,

  • l’appartenenza alla Chiesa,

  • la speranza per il mondo

A segnato l’abbraccio del Padre, il sacramento-segno, un evento: Padre, Figlio e Spirito, – ossia la Trinità stabilisce con me una relazione. Mi dona un cuore nuovo, mi fa capace di obbedienza filiale – come Gesù – al disegno d’amore di Dio.

Fonte battesimale - Chiesa madre di Cervignano

Fonte battesimale – Chiesa madre di Cervignano

Il Battesimo ha segnato anche per me l’ingresso nella grande famiglia della Chiesa, mi ha abilitato a celebrare l’Eucaristia, ad ascoltare e testimoniare la Parola di Gesù, a vivere la carità fraterna, a mettere i doni ricevuti a servizio di tutti. E mi ha dato la possibilità di diventare segno di speranza per tutta l’umanità, Infatti, lasciandomi attrarre da Cristo, donandogli la mia disponibilità, l’ aiutare, collaborare, servire, amare, è contribuire alla realizzazione del Regno di Dio, che sarà di pace e d’amore. Il piano è grandioso ma non mi è stato chiesto eroismo ma semplicemente di vivere la fiduciosa gratitudine di colui che ha trovato il tesoro nel campo, che ha comprato la perla preziosa.

(Gv

Ritornando sui miei passi, ora scopro che quella giornata per quanto fredda non poteva che essere piena di sole, di quel Sole che sei Tu, mio Signore e mio Dio.

Ma torniamo a quel giorno benedetto. Accadeva un fatto. Un fatto che non nasce dall’uomo ma che rende umana la vita dell’uomo. Lo chiamiamo Battesimo, immersione. E’ lo è. Non solo e non tanto fisicamente, ma come bagno in un avvenimento di grazia, gratuito, gratuitamente dato, indebito, non dovuto. “Indebita Dei gratia / una grazia indebita”, non dovuta, non esigita. Cosicché, un fatto indebito, non dovuto, gratuito, – strabiliante a dirsi – rende umana la vita degli uomini: più umana. “Chi mi segue ha il centuplo quaggiù e la vita eterna” (cf. Mt 19,29).

Tutto ciò l’ho scoperto pian piano, strada facendo. E si fa più luminoso ora, al tramonto della vita, ciò che mi è accaduto e riaccaduto all’interno del cristianesimo (tra i discepoli di Cristo) in cui mi sono trovato a esistere. Mi sono reso conto della scoperta gratuita di quale ricchezza, di quale bellezza, di quale salvezza fosse ciò in cui credeva la Chiesa che mi circondava e nella quale c’era un posticino anche per me. E ciò mi fa ricordare quanto Sant’Agostino scrive nel primo libro delle Confessioni:Avevo infatti sentito parlare quando ero ancora bambino della vita eterna promessa a noi attraverso l’umiltà del Signore nostro Dio che dal cielo è disceso a noi che eravamo superbi e già (da bambino) ero segnato con il segno della croce”. Qui, per i santi segni, un grazie doveroso vanno a mia mamma e a mia nonna. Solo ora mi rendo conto che già da bambino avevo scelto il nome di Gesù, senza sapere chi fosse. Quel Gesù da cui ero stato chiamato per nome alla vita. E mi sorprendo ora che anche i piccoli, i poveretti possono sorprendersi di vivere per grazia la stessa esperienza dei grandi. E non c’è nessun orgoglio nell’accorgermi di questo ma soltanto stupore. Perché è un avvenimento di grazia, accaduto e che accade. E’ la cosa più semplice della vita.

Sin da piccolo mi è stato insegnato a voler bene a Gesù. Ma lo stupore della divina Bellezza che oggi mi mette contemplativo in ginocchio, non nasce da me ma da una presenza, la sua divina Presenza che ha il fascino del primo e più grande amore. Gesù, il Cristo, il Sincero, l’Amico. Per anni l’ho considerato un maestro di sapienza altissima. E quando mi parlavano di Socrate, avvertivo che non c’era paragone. Ma allora non potevo sospettare ciò che ora mi appare di una luce non accecante ma beatificante, quale ricchezza di grazia contenesse il Logos, il Verbo fatto carne. Negli anni della giovinezza mi sembrava l’uomo completo. Oggi mi prostro adorante e confessante davanti alla Verità fatta Persona.

Adesso mi rendo conto che si può essere esperti di tutta la teologia cattolica, ma se non si abbraccia la Via, che è Cristo salvatore, la Via per godere e gioire del Mistero, non si è esperti, si perisce, si va in rovina. Perché si può essere esperti e capaci di fare discorsi cristiani e persino insuperbirsi del proprio sapere. Eppure questi discorsi non tolgono l’ultimo dolore del cuore, la capacità di curarne le ferite, di guarire la tristezza. Ma nemmeno sono capaci di far versare lacrime di gioia e far dire, come bambini, che bello!

Ma se qualcosa ora mi è dato di vedere, non mi dà motivo di gloriami. Al contrario: non solo ho ricevuto ciò che riesco a vedere ma anche lo stesso fatto di vedere. Perché non solo si ricevono in dono i contenuti della verità cristiana, ma si riceva in dono che la realtà indicata stupisca e commuova il cuore. Gesù. La Verità, commuove il cuore. E’ la constatazione che prendo da Agostino: “Non solo istruito perché veda, ma anche sanato nel cuore cosi che abbracci quella bellezza da lontano intravista”.

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Cristo vive in me

O Bellezza che gratuitamente Ti riveli, Bellezza che uno non può possedere né utilizzare, mio Dio, Te posso per grazia semplicemente desiderare. Domandare. Ed essere abbracciato.

O Bellezza infinita, per quel poco che ancora mi resta, insegnami la scienza dello stupore (Mirificata scientia). E nella semplicità della fede della tua Chiesa, fatti riconoscere e amare.

Tu al quale ogni cosa appartiene e che da te è stata creata, perché nessuno di coloro che credono in Te osasse farsi forte delle ricchezze che possiede, non hai voluto essere fatto re dagli uomini perché facevi vedere la strada dell’umiltà ai miseri che l’interiorità dei superbi aveva allontanato da Te.

Sei stato flagellato Tu che hai fatto tanti miracoli per dare la guarigione corporale. Sei stato crocifisso Tu che hai posto fine ai nostri tormenti. Sei morto Tu che hai risuscitato i morti. Ma sei anche risorto per non morire mai più perché da Te nessuno imparasse a disprezzare la morte come se non si dovesse più esistere.

Nonostante tutto, la morte fa paura. E Tu lo sai. Anche Tu davanti a lei hai vacillato. Ma perché chi ha paura della morte guardasse a Te. Per grazia della fede, di fronte alla morte, è possibile domandare aiuto. Lo hai fatto anche Tu: “Padre, se è possibile…”. Accetto che avvenga come Tu vorrai. Io davanti a lei non cercherò di fare l’eroe né lo stoico. E se avrò paura, dirò: ho paura. Ma a Te, Cristo Gesù, mia Presenza, come un bambino con la mamma quando ha paura, certo che mi abbraccerai e mi sarai di conforto.

Tu sei colui che ci ha promesso e poi inviato lo Spirito Santo il quale ha diffuso la carità nei nostri cuori. Fa che questo Fuoco bruci le scorie dei miei peccati e delle mie fragilità, per fare del mio cuore una fornace ardente come il tuo.

Con lo Spirito Santo, nel mio cuori è scesa anche la fede che non nasce da noi, non sorge come un pensiero che proviene da me. La fede discende nel cuore perché viene dall’alto. Se guardo le tue mani e i tuoi piedi il mio cuore Ti riconosce e mi basta per credere. Ma se mi sembra poco il vedere, mi permetti di toccare: “Non credete agli occhi? Credete alle mani”. Non solo Ti sei fatto vedere, non solo ti sei fatto toccare, ma hai mangiato con loro: “Manducavit et ipse erat Mangiò ed era proprio lui”, lo stesso che fu visto sospeso alla croce.

Tu lo sai che a noi tutto questo non è dato. Ma hai provveduto diversamente: “Fides ex auditula fede per noi nasce dall’ascolto”. Ma l’ascoltare non è disgiunto dal guardare. Quell’ascolto non è solo della tua Parola ma anche della testimonianza dell’annunciatore e dietro di lui della comunità e può avere perfino il volto di un incontro.

DE PROFUNDIS – DAGLI ABISSI

Al risveglio, dopo il segno della Croce sulla mia persona, la famiglia, il mondo ed il buon giorno allo Spirito Santo, il Maestro Interiore mi suggerisce oggi di soffermarmi sul salmo 130, canto dei pellegrini:

  1. Dal profondo a te grido, o Signore;

2 Signore, ascolta la mia voce.

Siano i tuoi orecchi attenti
alla voce della mia supplica.

3 Se consideri le colpe, Signore,
Signore, chi ti può resistere?
4 Ma con te è il perdono:
così avremo il tuo timore.
5 Io spero, Signore.
Spera l’anima mia,
attendo la sua parola.
6 L’anima mia è rivolta al Signore
più che le sentinelle all’aurora.
Più che le sentinelle l’aurora,
7 Israele attenda il Signore,
perché con il Signore è la misericordia
e grande è con lui la redenzione.
8 Egli redimerà Israele

da tutte le sue colpe.
Signore, questo pellegrino che sono , mentre attende la tua chiamata, altro non ha che la voce che si fa un tutt’uno con me. Se mi guardo intorno, percepisco l’abisso, il profondo che mi circonda e che significa tante cose:

  • un baratro,

  • una trappola mortale,

  • un rischio d’inciampare,

  • un pozzo in cui posso cadere;

e vedo inoltre

  • la profondità della mia psiche,

  • i lati oscuri della coscienza,

  • il buio,

  • l’angoscia,

  • il rischio di disperazione,

solo che mi ponga alcune domande esistenziali: Chi sono? So amare davvero? So farmi amare? So credere? Sono coerente, vero nella mia vita?

Davanti a questa situazione, non una semplice invocazione, ma un grido, un urlo, una irrefrenabile richiesta d’aiuto esce dalle corde vocali della mia anima: non lasciarmi affogare, Signore, non abbandonarmi. Sono al tuo servizio, ma con timore, perché agli occhi tuoi questo non basta. Sono consapevole della mia fragilità ed inadeguatezza. E sono un uomo peccatore.

La mia sola speranza è nel tuo orecchio che ascolta, nei tuoi occhi attenti. E so anche che “presso di te è il perdono”. E che vuoi il mio bene, la mia pace.

Sono svanite tante mie illusioni. Tane volte sono stato stupido, imprudente,

precipitoso, insensato e “se tu guardi le colpe chi potrà sussistere!”, chi può vivere ancora?

Mi rinfrancano le parole del salmista: “Presso di te è il riscatto e grande la redenzione”. Perché Tu sei colui che perdona e noi potremo continuare a servirti. E’ proprio di questo che ho bisogno, nell’attesa che Tu venga a prendermi.

Se il mio gridare rischia di soffocarmi e naufragare, la mia speranza mi fa galleggiare: “Spero in te, Signore, l’anima mia spera nella tua Parola”. Così posso attenderti “più che le sentinelle l’aurora”. E questo mi basta. Aspetto con desiderio e fiducia perché so che verrai in mio aiuto e mi darai la mano.

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Chiedo a prestito la voce che non ho per cantare il mio TE DEUM di ringraziamento al quale chiedo si uniscano anche le voci di chi passerà di qui.

 

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