RICCARDO PAMPURI E’ TRA I SANTI USCITI DALL’AZIONE CATTOLICA – Angelo Nocent

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Il saluto del Presidente Matteo Truffelli a Papa Francesco in occasione dell’Udienza pontificia del 30 aprile 2017


Siamo arrivati qui stamattina da tutte le diocesi del nostro Paese, per ricordare e festeggiare i centocinquanta anni di vita della nostra Associazione, per ascoltare quello che Lei ci dirà, per pregare con Lei e per Lei, nel segno di una grande gratitudine al Signore per l’abbondanza di grazia che la storia dell’Azione Cattolica ci consegna, per i tanti volti che ne hanno costruito il percorso, per il ricco patrimonio di santità del quotidiano a cui tanti laici hanno ispirato la propria vita.

Sono qui con noi tanti amici provenienti dall’Azione Cattolica di tutto il mondo, insieme con i quali abbiamo avuto la gioia di incontrarLa solo pochi giorni fa.

Desideriamo dirLe grazie per aver nominato mons. Gualtiero Sigismondi Assistente ecclesiastico generale della nostra Associazione. Abbiamo accolto mons. Sigismondi con gioia e con affetto, felici di avere con noi un Pastore che da subito ci ha voluto bene. Il nostro pensiero di riconoscenza è rivolto anche, ancora una volta, a mons. Mansueto Bianchi. Siamo davvero grati al Signore per il dono della sua presenza, dei suoi insegnamenti, della sua testimonianza anche nella malattia.

Santità, siamo particolarmente felici di incontrarLa oggi, all’indomani del Suo viaggio in Egitto. Il Suo impegno instancabile per la pace, per la giustizia, per l’amicizia tra le religioni costituisce per tutto il mondo un grande segno di speranza, una promessa di futuro a cui tutti vogliamo concorrere, facendo la nostra parte. Anche noi, come laici di AC, facendoci sempre più costruttori di pace e testimoni di fratellanza dentro la vita di ogni giorno, nelle strade, nelle case, nei quartieri delle nostre città.

Nei suoi centocinquant’anni di vita l’Azione Cattolica è sempre stata legata da un rapporto particolare con il successore di Pietro. E oggi, penso di poter dire a nome di tutta questa splendida piazza, sentiamo questo legame in modo davvero forte e coinvolgente. Le siamo grati per il suo continuo richiamarci a ciò che veramente è essenziale: accogliere il Signore nella nostra vita e condividere con i fratelli la gioia del suo amore, facendo dono a ciascuno del Vangelo della misericordia. Siamo giovani, adulti, ragazzi. Camminando come laici associati per le strade del mondo, in tutte le diocesi italiane, dentro le parrocchie che abitano i nostri territori, cerchiamo di farci compagni di strada di chi incontriamo nel mondo per compiere ogni giorno, insieme, lo stesso cammino dei discepoli di Emmaus, che la liturgia di questa terza domenica di Pasqua ci invita a ricordare: un cammino di conversione, di stupore, di riscoperta e di testimonianza delle ragioni della speranza che è in noi.

Matteo Truffelli 2

Questa bella mattinata di festa si colloca nel cuore della nostra XVI Assemblea nazionale, che ci vede riflettere sul tema Fare nuove tutte le cose. Radicati nel futuro, custodi dell’essenziale. Con i delegati provenienti da tutta Italia, ci stiamo interrogando su che cosa la vita della Chiesa e del mondo del nostro tempo, le persone con cui condividiamo l’esistenza chiedono oggi all’Azione Cattolica. Santo Padre, nell’Evangelii gaudium Lei ha scritto che sogna «una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa». Anche noi abbiamo un sogno, che stiamo cercando di realizzare, pur con tutti i nostri limiti: quello di fare dell’Azione Cattolica uno strumento semplice ma significativo per aiutare tutta la Chiesa, ciascuna Chiesa locale nella quale siamo radicati, a fare propria e vivere in profondità questa chiamata. Sappiamo che per questo occorre innanzitutto convertire noi stessi, i nostri cuori, le nostre abitudini.

Ci accompagnano, in questo nostro impegno, i santi e i beati di Azione Cattolica. A loro chiediamo di sostenerci in questo pezzo di storia che tocca a noi scrivere, certi di poter contare anche sul Suo sostegno, e per questo Le chiediamo una paterna benedizione, assicurandoLe la nostra preghiera.

Matteo Truffelli – Presidente nazionale dell’Azione Cattolica Italiana

AZIONE CATTOLICA – 150 ANNI

Riportiamo di seguito il discorso pronunciato da Papa Francesco in Piazza San Pietro oggi, 30 aprile 2017, ai membri dell’Azione Cattolica in occasione dei 150 anni dell’associazione.

Matteo Truffelli 3Cari amici dell’Azione Cattolica, buongiorno!

sono davvero felice di incontrarvi oggi, così numerosi e in festa per il 150° anniversario di fondazione della vostra Associazione. Vi saluto tutti con affetto ad iniziare dall’Assistente generale e dal Presidente nazionale, che ringrazio per le parole con cui hanno introdotto questo incontro.

La nascita dell’Azione Cattolica Italiana fu un sogno, nato dal cuore di due giovani, Mario Fani e Giovanni Acquaderni, che è diventato nel tempo cammino di fede per molte generazioni, vocazione alla santità per tantissime persone: ragazzi, giovani e adulti che sono diventati discepoli di Gesù e, per questo, hanno provato a vivere come testimoni gioiosi del suo amore nel mondo.

Anche per me è un po’ aria di famiglia: mio papà, mia nonna, erano dell’Azione cattolica!

È una storia bella e importante, per la quale avete tante ragioni di essere grati al Signore e per la quale la Chiesa vi è riconoscente. È la storia di un popolo formato da uomini e donne di ogni età e condizione, che hanno scommesso sul desiderio di vivere insieme l’incontro con il Signore: piccoli e grandi, laici e pastori, insieme, indipendentemente dalla posizione sociale, dalla preparazione culturale, dal luogo di provenienza.

Fedeli laici che in ogni tempo hanno condiviso la ricerca delle strade attraverso cui annunciare con la propria vita la bellezza dell’amore di Dio e contribuire, con il proprio impegno e la propria competenza, alla costruzione di una società più giusta, più fraterna, più solidale.

È una storia di passione per il mondo e per la Chiesa – ricordavo quando vi ho parlato di un libro scritto in Argentina nel ’37 che diceva: “Azione cattolica è passione cattolica”! – e dentro di questa storia cui sono cresciute figure luminose di uomini e donne di fede esemplare, che hanno servito il Paese con generosità e coraggio.

Avere una bella storia alle spalle non serve però per camminare con gli occhi all’indietro, non serve per guardarsi allo specchio, non serve per mettersi comodi in poltrona! Non dimenticare questo: non camminare con gli occhi all’indietro, farete uno schianto! Non guardarsi allo specchio! In tanti siamo brutti, meglio non guardarsi! E non mettersi comodi in poltrona, questo ingrassa e fa male al colesterolo!

Fare memoria di un lungo itinerario di vita aiuta a rendersi consapevoli di essere popolo che cammina prendendosi cura di tutti, aiutando ognuno a crescere umanamente e nella fede, condividendo la misericordia con cui il Signore ci accarezza.

Vi incoraggio a continuare ad essere un popolo di discepoli-missionari che vivono e testimoniano la gioia di sapere che il Signore ci ama di un amore infinito, e che insieme a Lui amano profondamente la storia in cui abitiamo. Così ci hanno insegnato i grandi testimoni di santità che hanno tracciato la strada della vostra associazione, tra i quali mi piace ricordare Giuseppe Toniolo, Armida Barelli, Piergiorgio Frassati, Antonietta Meo, Teresio Olivelli, Vittorio Bachelet. Azione Cattolica, vivi all’altezza della tua storia! Vivi all’altezza di queste donne e questi uomini che vi hanno preceduto.

In questi centocinquanta anni l’Azione Cattolica è sempre stata caratterizzata da un amore grande per Gesù e per la Chiesa. Anche oggi siete chiamati a proseguire la vostra peculiare vocazione mettendovi a servizio delle diocesi, attorno ai Vescovi – sempre -, e nelle parrocchie – sempre -, là dove la Chiesa abita in mezzo alle persone – sempre.

Tutto il Popolo di Dio gode i frutti di questa vostra dedizione, vissuta in armonia tra Chiesa universale e Chiesa particolare. È nella vocazione tipicamente laicale a una santità vissuta nel quotidiano che potete trovare la forza e il coraggio per vivere la fede rimanendo lì dove siete, facendo dell’accoglienza e del dialogo lo stile con cui farvi prossimi gli uni agli altri, sperimentando la bellezza di una responsabilità condivisa.

Non stancatevi di percorrere le strade attraverso le quali è possibile far crescere lo stile di un’autentica sinodalità, un modo di essere Popolo di Dio in cui ciascuno può contribuire a una lettura attenta, meditata, orante dei segni dei tempi, per comprendere e vivere la volontà di Dio, certi che l’azione dello Spirito Santo opera e fa nuove ogni giorno tutte le cose.

Vi invito a portare avanti la vostra esperienza apostolica radicati in parrocchia, «che non è una struttura caduca» – avete capito bene? La parrocchia non è una struttura caduca! -, perché «è presenza ecclesiale nel territorio, ambito dell’ascolto della Parola, della crescita della vita cristiana, del dialogo, dell’annuncio, della carità generosa, dell’adorazione e della celebrazione» (Esort. ap.Evangelii gaudium, 28).

La parrocchia è lo spazio in cui le persone possono sentirsi accolte così come sono, e possono essere accompagnate attraverso percorsi di maturazione umana e spirituale a crescere nella fede e nell’amore per il creato e per i fratelli.

Questo è vero però solo se la parrocchia non si chiude in sé stessa, se anche l’Azione Cattolica che vive in parrocchia non si chiude in sé stessa, ma aiuta la parrocchia perché rimanga «in contatto con le famiglie e con la vita del popolo e non diventi una struttura prolissa separata dalla gente o un gruppo di eletti che guardano a se stessi» (ibid.). Per favore, questo no!

Cari soci di Azione Cattolica, ogni vostra iniziativa, ogni proposta, ogni cammino sia esperienza missionaria, destinata all’evangelizzazione, non all’autoconservazione. Il vostro appartenere alla diocesi e alla parrocchia si incarni lungo le strade delle città, dei quartieri e dei paesi. Come è accaduto in questi centocinquanta anni, sentite forte dentro di voi la responsabilità di gettare il seme buono del Vangelo nella vita del mondo, attraverso il servizio della carità, l’impegno politico, – mettetevi in politica, ma per favore nella grande politica, nella Politica con la maiuscola! – attraverso  anche la passione educativa e la partecipazione al confronto culturale.

Allargate il vostro cuore per allargare il cuore delle vostre parrocchie. Siate viandanti della fede, per incontrare tutti, accogliere tutti, ascoltare tutti, abbracciare tutti. Ogni vita è vita amata dal Signore, ogni volto ci mostra il volto di Cristo, specialmente quello del povero, di chi è ferito dalla vita e di chi si sente abbandonato, di chi fugge dalla morte e cerca riparo tra le nostre case, nelle nostre città. «Nessuno può sentirsi esonerato dalla preoccupazione per i poveri e per la giustizia sociale» (ibid., 201).

Rimanete aperti alla realtà che vi circonda. Cercate senza timore il dialogo con chi vive accanto a voi, anche con chi la pensa diversamente ma come voi desidera la pace, la giustizia, la fraternità. È nel dialogo che si può progettare un futuro condiviso. È attraverso il dialogo che costruiamo la pace, prendendoci cura di tutti e dialogando con tutti.

Cari ragazzi, giovani e adulti di Azione Cattolica: andate, raggiungete tutte le periferie! Andate, e là siate Chiesa, con la forza dello Spirito Santo.

Vi sostenga la protezione materna della Vergine Immacolata; vi accompagnino l’incoraggiamento e la stima dei Vescovi; come anche la mia Benedizione che di cuore impartisco su di voi e sull’intera Associazione. E per favore non dimenticatevi di pregare per me!

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Azione Cattolica

 

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SE QUESTO E’ UN DIO – Angelo Nocent

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ULTIMISSIME..

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Di Paolo Spina

E poi non dire che non te l’avevano detto.
Sei soltanto un albero di una piazzetta di periferia, vicino a un parcheggio di scarico merci.

Cosa fiorisci a fare? commentò pragmatico il buonsenso.

Non servirà a nulla! sbottò l’esperienza.

Arriverà il vento, vedrai! disse a denti stretti la presunzione.

E, sì, avev1-Pictures1748-001ano ragione.
Pochi giorni è durato lo spettacolo: senza il pubblico pagante delle grandi occasioni, senza battimani o riconoscimenti.

Forse forse la foto corredata da hashtag di qualche instagrammer de noantri che ha guardato il cielo attraverso i tuoi rami in un giorno di sole; forse la pipì del cagnolino che più volte al giorno fa la ronda lungo la via.

Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e non si sono dati ai poveri?”.
Nessuno è interessato alla tua fioritura, poco pregiata, ma la faciloneria meschina di Giuda continua anche oggi davanti allo spreco di tempo, attenzioni e mezzi verso ciò che non può avere un prezzo, che non si misura, che non ha partita Iva o non può contraccambiare.

Lasciala fare… Non sempre avete Me.

  • Aiutami a fiorire senza calcolare,
  • senza aspettare che qualcuno sia lì a dare il voto,
  • senza la protezione di un orto botanico o di un laboratorio,
  • senza meraviglia di sguardi ammirati o clamore di cerimonia.
  • Fammi fiorire così, abbandonandomi.
  • Il sole del pomeriggio stingerà i colori,
  • la pioggia di primavera romperà le corolle,
  • il vento della notte spargerà i petali.
  • Allora sarò colore sull’asfalto,
    anche se calpestato.
  • Annuncio di bene dov’è sfiducia e disperazione,
    anche se ignorato.
  • Stupore dentro l’orrore,
    anche se misconosciuto.

E il profumo di Te arriverà ovunque.

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ASINI CHE PORTANO IL MISTERO – Angelo Nocent

Capitolo V

DI CIÒ CHE ACCADDE A GIOVANNI DI DIO FINO AL SUO RITORNO IN SPAGNA

Giunti che furono tutti a Ceuta, quella terra fu tanto nociva al cavaliere e ai suoi familiari, che per questo, come deve credersi, e per la gran pena che sentivano nel vedersi esiliati e poveri, caddero tutti malati, il che fu causa che finissero di spendere quel poco che avevano portato e trovarsi così in estrema necessità.

Si videro perciò costretti a chiedere aiuto a Giovanni di Dio, che, per quanto poco, era il maggiore che allora potevano avere, dato il luogo e la circostanza. E così il cavaliere decise di chiamare Giovanni e confidargli in segreto la sua grande necessità, dimostrandogli quanto fosse impellente per mantenere quelle povere ed oneste ragazze, che erano cresciute nell’abbondanza; e, non avendo essi altro aiuto, lo pregava di volersi recare a lavorare nelle opere del Re, che allora si stavano eseguendo a Ceuta per la fortificazione di alcune muraglie, sì che, con quello che gli dessero, avrebbero potuto mangiare tutti.

Queste ragioni, che da se stesse commuovevano molto e specialmente il cuore di Giovanni già così inclinato a qualsiasi opera che riconosceva essere di servizio e gradimento a nostro Signore, furono per lui tanto persuasive che, vedendosi aperta la via all’attuazione del suo desiderio, si offrì subito assai volentieri a fare quello che gli si chiedeva; e così fece per tutto il tempo che stette in casa di lui, consegnandogli ogni sera la paga della giornata ben volentieri vedendo che con essa si mantenevano quelle povere ragazze e i loro genitori.

Se accadeva talvolta che per qualche impedimento Giovanni non andava a lavorare o avendo lavorato non gli davano la paga, essi non mangiavano; e così tiravano avanti con molta pazienza e senza parlarne con nessuno.

Era tanto buona quest’opera e sembrava che fosse tanto gradita a nostro Signore, che alcun volte Giovanni di Dio diceva di aver capito che nostro Signore, per sua grande bontà, in quel tempo lo condusse ad esercitarsi in quell’opera buona per meritare un po’ di quella grazia che poi gli concesse.

Vedendo però il demonio, nostro avversario, il frutto che da quest’opera buona riportava chi la faceva e chi la riceveva, procurò d’impedirla con la sua malizia abituale, e fu così: quelli che andavano a lavorare nelle menzionate opere, dai ministri del Re venivano maltrattati, a fatti e a parole, come se fossero schiavi; e perciò, non potendo essi usare della propria libertà, trovandosi nella frontiera, ed andare in terra di cristiani, alcuni, impazienti e, come si deve supporre, di cattivi costumi, fuggivano nella vicina città di Tetuan e si facevano mori. Tra questi vi fu un compagno di Giovanni, con cui aveva contratto amicizia, il quale, ingannato dal demonio, fuggi e andò a farsi moro, senza avergli accennato nulla.

Fu tanto grande il dolore che sentì Giovanni di Dio per la sventura del suo compagno, che non faceva se non piangere e gemere, dicendo: «Oh, povero me! Qual conto dovrò io dare di questo fratello, che ha voluto così separarsi dal grembo della santa Madre Chiesa e rinnegare la verità della sua fede per non voler sopportare un po’ di travaglio!». E, mentre il suo pensiero era occupato in tale immaginazione, il demonio gli andava suggerendo che ciò era accaduto per colpa sua, e, non resistendogli Giovanni per la sua debolezza, giunse fin quasi a persuaderlo di disperare della propria salvezza e di fare come aveva fatto il suo compagno.

Ma nostro Signore, che teneva lo sguardo su di lui e lo destinava a grandi cose, lo scosse, come suol fare, nella maggiore necessità, e si compiacque di aprirgli gli occhi dell’anima e fargli comprendere il pericolo in cui si trovava e provvederlo del rimedio necessario, che fu di guidarlo al medico spirituale, com’egli stesso aveva già chiesto con molte lacrime e sospiri implorando il soccorso della Vergine nostra Signora.

Recatosi in un convento dell’Ordine di san Francesco, che si trova lì a Ceuta, il Signore gli fece incontrare un frate, dotto e di buona vita, al quale fece una lunga confessione e scoprì le proprie piaghe; e quello gli diede il rimedio che allora conveniva, ordinandogli espressamente, fra altre cose, di lasciare subito quella terra e di tornarsene in Spagna per vincere del tutto quella diabolica tentazione, perché essendo essa tanto grave richiedeva un efficace rimedio; il che fu da lui attuato il più presto possibile, benché ne soffrisse molto pensando all’aiuto che veniva a mancare ai suoi padroni.

Vedendo però che ciò era necessario, depose ogni altro pensiero, si recò da loro e disse che la sua partenza era necessaria per la salvezza della propria anima, e non poteva quindi farne a meno; che lo perdonassero; che egli avrebbe desiderato continuare a render loro quel servizio con la medesima buona volontà avuta fino allora tutto il tempo che fossero rimasti li, ma che nostro Signore comandava diversamente; che il Signore, qual Padre, avrebbe avuto cura di loro soccorrendoli come aveva fatto fino allora; che confidassero perciò in lui e gli dessero il permesso di andarsene.

Non è possibile dire il dolore che padre e figlie sentirono a questa notizia. Visto però che non se ne poteva fare a meno, gli diedero il permesso piangendo tutti ed augurandogli che il Signore si compiacesse di dargli nelle sue necessità quel soccorso che egli aveva dato loro, e così avesse sempre il suo aiuto.

E con questo, si congedò da loro, s’imbarcò e giunse a Gibilterra.

(Francesco De Castro – primo biografo di San Giovanni di Dio)

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O HINAMATSURI – GIORNO DELLE BAMBOLE – FESTA DELLE BAMBINE – Angelo Nocent

3 MARZO

FESTA DELLE BAMBINE GIAPPONESI

Il tre di marzo (terzo giorno del terzo mese) è il giorno della festività Hina (Hinamatsuri), la festa delle bambine. E’ un giorno per pregare per una buona crescita e tanta felicità alle giovani ragazze. Il giorno viene chiamato anche “Momo no sekku” (festa dei peschi) riferendosi alla stagione della fioritura dei peschi seguendo il vecchio calendario lunare.


Il 5 di maggio (quinto giorno del quinto mese) viene poi festeggiato il “Kodomo no hi“, la festa dei bambini. Nonostante quest’ultima festa viene festeggiata con un giorno festivo, Il Hinamatsuri rimane invece un giorno lavorativo

 

La coppia imperiale

Molte famiglie giapponesi con bambine in casa usano mettere in mostra delle speciali bambole chiamate “hina” (Hinaningyou). Solitamente disposte su cinque o sette piani (hinadan) coperti da un tappetino rosso chiamato Mousen, queste vedono in cima le bambole che raffigurano l’imperatore “Dairi” e l’imperatrice “Hina“. Ai loro lati si trovano due lampade chiamate bonbori.


Il piano sottostante è riservato a tre cortigiane (sannin-kanjyo) seguite, un piano sotto, da cinque musicisti (gonin-bayashi) che suonano strumenti antichi.


Due ministri di corte (Udaijin e Sadaijin) sono situati nel piano di sotto. Quello alla destra, Sadaijin (sinistra vedendo dalla parte dell’imperatore) è più anziano in quanto la sinistra veniva considerata superiore dalla corte imperiale. Sadaijin viene raffigurato con una lunga barba. A questi vengono offerti dei “Hishimochi” (vedi sotto).


Infine vediamo i tre servi “Shi-Cho” situati sul piano più basso (nel caso di cinque piani). Sulla sinistra viene messa una pianta ornamentale chiamata “Ukon-no-Tachibana” (un alberello di mandaranci). Ukon significa la parte destra perché guardando da Dairi e Hina si trova sulla destra. Sulla destra invece una pianta ornamentale chiamata “Sakon-no-Sakura” (albero di ciliegio che però può essere sostituito con un albero di pesche). Sakon significa sinistra per la stessa ragione descritta prima.


Vengono infine anche posizionati piccoli oggetti di uso giornaliero usati dall’aristocrazia del periodo Heian come ad esempio uno specchio, cesto del cucito, oggetti per la cerimonia del tè (Sadou), un carretto chiamato Gissha. Le bambole sono ovviamente tutte vestite in abiti di corte del periodo Heian (794-1192).

Facciamo luce con le lampade
Facciamo fiorire i fiori di pesco
I cinque musicisti di corte suonano il flauto e il tamburo
Oggi è una bella Hinamatsuri.

 

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TELEGRAMMA: “IL TUO AMICO LAZZARO E’ GRAVE” – Angelo Nocent

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RIANIMAZIONE DI LAZZARO

UNA RISPOSTA APPROFONDITA

di Alberto Maggi

Vangelo di Giovanni 11, 1-44.

Trasposizione da audio- registrazione non rivista dall’autore.

La trasposizione è alla lettera, gli errori di composizione sono dovuti alla differenza tra la lingua scritta e la lingua parlata e la punteggiatura è posizionata ad orecchio. Simonetta F.
Tratteremo di quelle che vengono chiamate resurrezioni nei vangeli. A rigor di termini non possono essere chiamate resurrezioni ma rianimazione di un cadavere, San Paolo nella lettera ai Romani (6,9 ) dice chiaramente l‟unico che è resuscitato dai morti e non muore più è Gesù Cristo, perché tutti coloro – e sono pochi – che Gesù ha resuscitato dai morti, poi senz‟altro dopo sono morti un‟altra volta.

C‟è da chiedersi se Gesù gli ha fatto un favore. Non so se conoscete il libro di quel Nobel portoghese Saramago ”Il vangelo secondo Gesù Cristo”; quando Gesù volle resuscitare Lazzaro, c‟è la sorella che cerca di impedirglielo e gli dice esattamente così: ”Nessuno nella vita ha commesso tanti peccati da meritare di dover morire due volte”.

Perché se come si crede, dopo la morte, si entra in uno stato di pienezza totale, si fa un favore a resuscitare il morto? E questa persona, una volta resuscitata, come vive con la prospettiva di dover morire un‟altra volta?

Le cosiddette resurrezioni nei vangeli sono pochissime, sono appena tre. Due di anonimi: la resurrezione della figlia di Jairo in casa, era appena morta; nel vangelo di Luca la resurrezione del figlio della vedova, nel corso del funerale.

Noi tratteremo quella più difficile, perché è l‟unica con il nome, ma è l‟unica dove il morto è già da quattro giorni nel sepolcro. Resuscitare un morto, che è ancora caldo, durante un funerale si può fare, ma resuscitare uno che puzza già – come dice Marta – è complicato.

Nei vangeli ci sono appena tre resurrezioni, un po‟ poche. Se Gesù aveva veramente il potere di far ritornare in vita i morti, perché non lo ha esercitato un pò di più?

Nel vangelo di Matteo – ma lo vedremo meglio a suo tempo – c‟è una resurrezione imbarazzante perché, scrive l‟evangelista, al momento della morte di Gesù, ” Le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono – e attenzione – e molti corpi di santi morti risuscitarono”.(Mt. 27,51-53).

Nel momento in cui Gesù muore si aprono i sepolcri, resuscitano i morti. Notate la stranezza “E uscendo dai sepolcri dopo la sua resurrezione”. Loro resuscitano, ma non è Pasqua e aspettano. Aspettano di uscire dai sepolcri il giorno di Pasqua. Ĕ una resurrezione collettiva, imbarazzante, e non c‟è commentatore che non affermi che si tratta di una descrizione simbolica con la quale l‟evangelista vuole affermare che la resurrezione di Gesù verrà trasmessa anche a tutti quelli che erano deceduti prima di lui.

Le resurrezioni che abbiamo nei vangeli, sono un fatto vero o un fatto storico? Riguardano la fede o riguardano la cronaca? Ecco, a voi la risposta.

Pensate a un funerale. Pensate che, leggere il vangelo della resurrezione di Lazzaro, sia di conforto e di consolazione per le persone che piangono il defunto? Non credo. Alle persone che piangono il loro caro che è morto, se noi leggiamo con l‟interpretazione storica letteraria il vangelo di Lazzaro, non solo non si dà conforto, ma si dà rancore. Gesù, se tu fai resuscitare i morti, non potevi impedire che questo mio caro morisse? Leggere a un funerale la resurrezione di Lazzaro non solo non conforta la gente, ma fa crescere un rancore verso questo Signore che è stato assente.

C‟è da chiedersi questa lettura che faremo, va interpretata in maniera storica, è un avvenimento reale, storico o va letta in maniera simbolica, teologica? Riguarda una verità di fede ed è quindi attuale, validissima per noi per le nostre situazioni o qualcos’altro? Ci faremo guidare dallo stile dell‟evangelista.

Ĕ tipico di Giovanni far seguire: “ Io sono “, alle dichiarazioni solenni con le quali Gesù conferma la sua condizione divina e lo fa per tre volte. Per tre volte Gesù afferma” Io sono”.

Io sono è il nome di Dio. Quando Mosè nell‟episodio del roveto ardente chiese a Dio: ”Dimmi il tuo nome”. Dio gli rispose: ”Io sono”. Non è tanto un nome, un‟identità, ma un‟attività che lo rende riconoscibile. Gesù rivendica per sé la pienezza della condizione divina.

Gesù nel vangelo di Giovanni per tre volte dichiara: “Io sono” la condizione divina e fa queste affermazioni:

– Il pane vivo( Gv 6,51).

– La luce del mondo( Gv. 8,12).

– La resurrezione(Gv. 11,25).

A queste tre solenni affermazioni l‟evangelista fa precedere nel primo caso, seguire negli altri due, degli episodi che spiegano e fanno comprendere questa affermazione teologica. Ci sono tre affermazioni di Gesù precedute da Io sono. Io sono il pane vivo che segue l‟episodio della condivisione dei pani. Io sono la luce del mondo e subito dopo c‟è la guarigione del cieco nato. Infine quella che noi vediamo oggi: “ io sono la resurrezione e la vita” (Gv .11,25) e l‟episodio della resurrezione di Lazzaro.

L‟evangelista ci fa già comprendere che la resurrezione di Lazzaro è la scenificazione, la comprensione a livello comunitario di questa solenne affermazione di Gesù:” Io sono la resurrezione e sono la vita .”

Ci faremo guidare come sempre dalle chiavi di lettura che gli evangelisti ci pongono. Per chi ha il vangelo, capitolo 11,1 di Giovanni.

Era allora malato un certo Lazzaro di Betania, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella – l‟evangelista compone questa espressione ricalcandola su quanto nel primo capitolo ( Gv 1,44) aveva scritto: ” Filippo era di Betsàida, la città di Andrea e di Pietro”.

Perché l‟evangelista per presentare Lazzaro, Maria e Marta ricalca questi primi tre discepoli? Perché sono i primi tre discepoli che sono attaccati alle idee dell‟Antico Testamento. Infatti Filippo diceva: ”abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella legge e i profeti”( Gv 1,45).

I discepoli di Gesù non hanno ancora capito la novità portata da Gesù. Pensano che sia un profeta inviato da Dio. L‟evangelista ci dà la prima chiave di lettura. Qui c‟è una comunità che, pur avendo accolto e dato adesione a Gesù, è ancora condizionata dalla tradizione religiosa dell‟Antico testamento. Togliersi dalla pelle e dal nostro DNA una tradizione religiosa è un‟impresa difficilissima.

La prima indicazione è una comunità che ha dato adesione a Gesù, ma che ancora continua a credere con le categorie religiose dell‟ Antico Testamento.

Come viene descritta questa comunità? Anzitutto Lazzaro, il cui nome vuol dire Dio aiuto, è l‟unico malato in questo vangelo che porta il nome. Perché è l‟unico malato? Gesù aveva detto che le sue pecore le chiamava per nome per farle uscire dal recinto, dalla istituzione religiosa. Lazzaro di Betania – ogni qualvolta che nei vangeli troviamo l‟espressione “il villaggio” significa resistenza alla novità di Gesù. Il villaggio è il luogo condizionato dalla mentalità della città, è il luogo della tradizione, il luogo attaccato alla tradizione e resistente alla novità portata da Gesù.

Di Maria e di Marta sua sorella,” noterete in tutta la narrazione che Maria occupa sempre il posto centrale, che è il posto più importante. Gesù non entrerà nel villaggio. Per incontrare Gesù occorre uscire dal villaggio, il luogo della morte, “Maria era quella che aveva cosparso di olio profumato il Signore e gli aveva asciugato i piedi con i suoi capelli, suo fratello Lazzaro era malato”(Gv. 11,2).

Qui l‟evangelista anticipa quello che ci sarà nel capitolo successivo. La comunità cristiana, vedendo che la vita è stata capace di superare la morte, fa un banchetto nel corso del quale – mentre in questo vangelo Marta dice” Puzza”, l‟effetto della morte è il puzzo, al contrario l‟effetto della vita è il profumo – Maria inonda di profumo questa comunità. L‟evangelista anticipa già la resurrezione di Gesù, perché Gesù dirà” conservate questo profumo per il momento della mia morte” (Gv. 12,7 ). Non lo faranno, dovranno comperare quaranta chili di profumo per imbalsamare Gesù. Non hanno compreso che la vita di Gesù è capace di superare la morte.

Le sorelle mandarono dunque a dirgli:”Signore, ecco, colui al quale vuoi bene è malato”(Gv,11,3). Questa espressione “colui al quale vuoi bene” è la stessa con la quale, in questo vangelo, si indica il discepolo amato da Gesù. Non significa il cocco di Gesù, Gesù non ha un discepolo prediletto, ma la relazione normale di Gesù con i suoi discepoli è quella di amore. L‟evangelista vuol farci comprendere che Lazzaro è un discepolo perfetto. Ĕ come il discepolo anonimo, quello al quale Gesù mostra il suo amore. L‟evangelista vuol mostrare in Lazzaro quali sono gli effetti dell‟adesione a Gesù.

Chiunque dà perfettamente adesione a Gesù, avrà questi effetti. Qui c‟è una contraddizione dal punto di vista storico. Gli dicono ” colui al quale tu vuoi bene è malato”, la prima cosa sarebbe lasciare tutto quanto e precipitarsi.

Guardate che strano, quanto Gesù vide questo disse:“ Questa malattia non è per la morte ma per la gloria di Dio, perché per essa si manifesterà la gloria del figlio di Dio”(Gv11,4). In passato quando non c‟erano gli strumenti attuali per la comprensione dei vangeli, si diceva: Gesù non s‟è mosso, ha aspettato che Lazzaro morisse per fare il miracolo”. Gesù strumentalizza la vita delle persone per fare mostra delle sue capacità. Non è nulla di tutto questo. Gesù è chiaro. La malattia -essendo la malattia di un discepolo che gli ha dato adesione,- non lo condurrà alla morte, perché l‟incontro con Gesù cambia la situazione e l‟identità dell‟individuo, gli comunica e gli trasmette una vita capace di superare la morte.

Perché Gesù parla che si manifesterà nella gloria di Dio? La gloria di Dio cos‟è? Ĕ una comunicazione di una vita capace di superare la morte. La condizione immortale a quell‟epoca era soltanto della divinità, soltanto degli Dei. Ebbene Dio non è geloso di questa sua condizione, ma la comunica anche ai suoi.

Prima le sorelle hanno detto” colui al quale tu vuoi bene”, adesso l‟evangelista invece scrive ”Gesù amava” – sono verbi differenti, il verbo amare significa un amore che comunica vita – ” Marta, sua sorella e Lazzaro”( Gv. 11,5). Notate questi tre nomi, rappresentano una comunità e Maria è sempre al centro.”Quand’ebbe, dunque sentito che era malato si trattenne due giorni nel luogo dove si trovava”(Gv. 11,6). Gesù non è venuto per alterare il ciclo normale dell‟esistenza delle persone eliminando la prima morte biologica, ma a dare alla morte un nuovo significato ed è questo che l‟evangelista ci vuol fare comprendere.

Poi, disse ai discepoli:” Andiamo di nuovo in Giudea!”- e i discepoli tremano – ” I discepoli gli dissero:”Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?”(Gv. 11,7-8). Gesù era scappato dalla Giudea perché, nel capitolo decimo nel tempio di Gerusalemme, aveva dichiarato:” Io sono il pastore”, dichiarando illegittimi e illegali tutti gli altri pastori.

Gesù va pesante, dice che sono ladri perché si sono appropriati del gregge che non è loro . Sono anche assassini perché non pascolano il gregge, ma lo uccidono per il proprio interesse. I sommi sacerdoti hanno tentato di ammazzarlo, ecco la paura dei discepoli.

E Gesù rispose”- per comprendere questa risposta, dopo il vangelo di Matteo, prima di fare sistematicamente il vangelo di Luca, metteremo in cantiere Giovanni e Marco, non versetto per versetto, ma i passi eccellenti. Vedremo lo stile di questo evangelista che struttura tutto il suo vangelo nell‟arco di una settimana. Perché? Il giorno sesto nel libro della Genesi è il giorno della creazione dell‟uomo e in Gesù si manifesta la pienezza della creazione dell‟individuo. – “ Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se invece uno cammina di notte, inciampa, perché gli manca la luce”.( Gv. 11,9-10 ). Giovanni vuole indicare che l‟attività di Gesù è la continuazione della attività creatrice del Padre e il Padre e Gesù sono una sola cosa.

Così parlò e poi soggiunse loro:” Lazzaro, il nostro amico – prima Lazzaro

era stato detto amico di Gesù, colui al quale tu vuoi bene. Adesso Gesù dice il nostro amico. L‟amicizia è una relazione normale fra i componenti della comunità e tra questi e Gesù. Non c‟è una situazione di sudditanza, di soggezione, ma di amicizia. – “ s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo”.(Gv. 11,11). Nella tradizione cristiana primitiva, la morte degli individui veniva chiamata un dormire. Il termine cimitero è una parola greca che significa il dormitorio.

Gli dissero allora i discepoli:”Signore, se si è addormentato, guarirà”. (Gv. 11,12). Non comprendono il linguaggio di Gesù e l‟evangelista specifica: ”Gesù parlava della morte di lui, essi invece pensarono che si riferisse al dormire del sonno”. (Gv. 11,13). Pur seguendo Gesù, i discepoli non sono entrati pienamente in sintonia con il suo messaggio. Gesù risponde e qui c‟è una contraddizione nella risposta di Gesù.

Allora Gesù disse loro apertamente:”Lazzaro è morto – è un discepolo amato da Gesù, è il componente della comunità che è morto, ed ecco la contraddizione tra l‟annuncio della morte e l‟allegria che Gesù vuol comunicare ai suoi- e io mi rallegro per voi di non essere stato là perché voi crediate. Forza andiamo da lui!”(Gv. 11,14-15). Questo paradosso tra la morte e l‟allegria vuole essere un anticipo della vittoria definitiva di Gesù sulla morte. Gesù parla di Lazzaro come fosse un vivo, dice:” Andiamo da lui”, Gesù non va a resuscitare un morto, ma va ad incontrare un vivo.

Allora Tommaso chiamato Gemello – il soprannome di Tommaso nel vangelo è Gemello. Ĕ il discepolo che più assomiglia a Gesù. Il povero Tommaso, ingiustamente passato alla storia come Tommaso il discepolo incredulo, è quello che nel vangelo dà la più alta professione di fede verso Gesù. Ĕ l‟unico che dice a Gesù ”mio Signore e mio Dio”. Tommaso, nel vangelo di Giovanni, ha un ruolo importante. Ĕ nominato per ben sette volte e, secondo la simbologia dei numeri, significa la perfezione. Perché è chiamato il Gemello di Gesù? Sentite cosa dice:” disse ai condiscepoli:” Andiamo a morire con lui!”.(Gv. 11,16 ). Gesù non chiede di dare la vita per lui perché è lui che comunica la vita a noi, ma a chi lo accoglie, chiede, come fa Tommaso, di dare la vita con lui e come lui. Pietro che tenta di dare la vita per il Signore, finirà tradendolo miseramente.

Arriviamo all‟incontro drammatico di Gesù con la comunità e con la realtà della morte. “ Venne dunque Gesù e trovò Lazzaro che era già da quattro giorni nel sepolcro”.(Gv. 11,17). Perché questa precisazione “quattro giorni”? Nel mondo ebraico si seppelliva il cadavere e c‟era la credenza che per tre giorni lo spirito del morto rimanesse nella tomba, fintanto che si riconosceva nei tratti del viso.

Ma quando dal quarto giorno in poi, il processo di putrefazione era avanzato e lo spirito non si riconosceva più nel volto del cadavere, lo spirito della persona scendeva – secondo la concezione dell‟epoca – nello sheol, cioè nella caverna sotterranea che era il regno dei morti. Ĕ quello che in greco è chiamato Ade e in latino Inferi. Poi ha dato origine alla confusione con il termine Inferno, nel quale è disceso anche Gesù una volta resuscitato. La precisazione quattro giorni, significa Lazzaro è completamente morto, è già in stato avanzato di putrefazione.

Betània distava da Gerusalemme circa tre chilometri e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria per confortarle per il loro fratello.”(Gv. 11, 18-19). L‟evangelista ci fa capire cos‟è che non va. Gesù è dovuto scappare da Gerusalemme perché i Giudei – con il termine Giudei si intende i dirigenti del popolo, ma in questo caso per la vicinanza a Gerusalemme indica anche il popolo – cercano di fargli la pelle e adesso gli stessi che cercano di fare la pelle a Gesù, vanno a confortare Marta e Maria. L‟evangelista vuol dire che questa è una comunità che non ha ancor rotto con l‟istituzione religiosa e per questo, come c‟è scritto negli Atti degli Apostoli ” godeva della simpatia di tutto il popolo”.

All‟inizio la primitiva comunità cristiana non era vista come una novità da perseguitare, ma uno dei tanti gruppi, gruppuscoli religiosi, che in quell‟epoca sorgevano come funghi. All‟inizio negli Atti c‟è scritto che la comunità godeva della simpatia di tutto il popolo. Gli stessi che hanno cercato di ammazzare Gesù, vanno presso questa comunità per dare conforto. Ĕ una comunità che non ha ancora rotto con l‟istituzione. Adesso vedremo cosa fa.

Marta dunque, come seppe che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa”.(Gv. 11,20) Maria è l‟immagine del dolore che paralizza le persone, non va incontro a Gesù, é paralizzata dal dolore per la morte del fratello, e Marta? Appena si incontra con Gesù, lo investe esprimendogli tutta la sua pena, ma anche tutto il suo rimprovero. Gli avevano mandato a dire: “ guarda il tuo amico è malato” e Gesù non si è mosso.

Marta disse a Gesù:” Signore, se tu fossi stato qui, non sarebbe morto mio fratello!”(Gv. 11,21). Ĕ la pena, ma è anche il rimprovero e questo è attuale. Ĕ il rimprovero al Signore, che nei momenti di difficoltà, sembra che non muova un dito. Non dico resuscitare un morto, in due mila anni di cristianesimo non è resuscitato nessun morto – anche se Gesù Cristo ha detto” chi crede in me resusciterà i morti” – ma almeno impedire a quelli che stanno per morire di farlo.

Marta sperava in una guarigione, perché ancora non sa che Gesù non è venuto per prolungare la vita delle persone, ma è venuto per sconfiggere la morte, per donare alle persone una vita di una qualità tale che è capace di superare la morte. Marta non dà a Gesù il tempo per rispondere, lo rimprovera e subito gli da i suoi consigli, ha pronta la ricetta.

Ma anche ora so- lei si rifà alla sua esperienza- che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te lo concederà”.(Gv 11,22). Marta sa, il suo sapere è condizionato dal passato, dalla tradizione religiosa, non si è ancora aperta alla novità di Gesù e si vede da ciò che suggerisce a Gesù. Dice:” so che qualunque cosa chiederai – e il verbo chiedere adoperato dall‟evangelista, significa la richiesta di un inferiore verso un superiore. Marta non ha ancora compreso che Dio e Gesù sono un’unica cosa. Marta pensa che Gesù sia un inviato da Dio, un profeta di Dio, il più eccellente, straordinario, ma non ha capito ancora che Gesù e Dio sono la stessa cosa.

Lei adopera il verbo chiedere: che significa una richiesta di un inferiore verso un superiore e non eventualmente il verbo domandare: che in greco significa la richiesta di una persona a un suo pari.

Per Marta Gesù è un mediatore tra Dio e l‟uomo. Lei chiede un intervento che prolunghi di un pò la vita del fratello. Marta crede nel Dio capace di resuscitare i morti. Gesù parlerà invece di un Dio che non fa morire.

Il sapere della tradizione religiosa è un Dio che resuscita i morti. Gesù porta una novità che forse è novità ancor oggi. Dalla esperienza vediamo che molti cristiani pensano ancora alla maniera ebraica. Molti pensano davvero che i morti resusciteranno alla fine dei tempi. Questo era il pensiero giudaico non il pensiero cristiano, nella tradizione religiosa giudaica i morti resusciteranno.

Gesù è venuto a presentare il Dio che non fa morire, che è venuto a trasmettere una vita di una qualità tale che si chiama eterna, non per la durata, ma per la qualità che è indistruttibile.

E Gesù le rispose:” Tuo fratello resusciterà”(Gv. 11,23). Marta rimane male, Marta si sarebbe aspettata che Gesù le avesse detto:” io resusciterò tuo fratello”. Gesù dice:” Tuo fratello resusciterà”.

La resurrezione di Lazzaro non è dovuta a una nuova azione di Gesù – vedremo che Gesù su Lazzaro non compie nessun gesto, ma è l‟effetto della permanenza della vita in questo individuo.

Marta risponde in maniera seccata, malamente, maleducata a Gesù. Dice:” So che resusciterà nell’ultimo giorno”.(Gv. 11,24). Marta di nuovo si rifà a quello che sa. Se voi, a una persona che è nel dolore per la morte di una persona cara, andate a dire: “consolati che resusciterà”, non solo non la confortate, ma la gettate nella disperazione.

Sapere che la persona che mi è morta, resusciterà alla fine dei tempi, per quella volta sarò morto e stecchito pure io. A me manca adesso! Ĕ adesso che io mi sento dilaniato e soffro per la morte della persona cara. Non diciamo alle persone “Consolati, resusciterà”. Capirai che consolazione! Ed è la risposta che Marta da a Gesù.

L‟evangelista vuol portare un cambio radicale nel modo di concepire la morte e la vita. “Gesù le disse:” Io sono – ed è importante, “Io sono” è il nome di Dio, Gesù conferma la sua condizione divina – la resurrezione e la vita;”- la sua presenza comporta la resurrezione perché lui è la vita. In Gesù c‟è la pienezza della vita di Dio e Gesù questa pienezza della vita di Dio, la comunica a tutti quanti lo seguono e lo accolgono. Gesù dichiara:” Io sono, qui, presente in ora la resurrezione perché sono la vita”.

Ecco la prima delle affermazioni “ chi crede – credere nel vangelo significa dare adesione – in me, anche se muore, vivrà;(Gv. 11,25)”. Gesù si rivolge alla comunità, che sta piangendo uno dei suoi componenti che è morto.”Se questo che voi piangete morto ha dato adesione a me – e Lazzaro abbiamo visto è il discepolo perfetto – anche se adesso muore vivrà”. Continua a vivere.

La prima importante dichiarazione che Gesù dà alla comunità di vivi è: “ la persona che voi piangete, se ha dato adesione a me,continua a vivere”. Dare adesione a Gesù significa dare adesione alla vita, significa rispondere alle esigenze che ci porta. Chi ha dato adesione a Gesù, alla vita, sappiamo, ce lo assicura Gesù, che continua a vivere.

Ma la seconda e più importante affermazione perché riguarda noi che siamo vivi,” chiunque vive e crede in me, non muore”.(Gv. 11,26). Non muore più, uguale a vive. Gesù si rivolge alla comunità, a voi, a noi che siamo vivi e che gli diamo adesione, non faremo esperienza della morte. Gesù garantisce che chi gli dà adesione non farà esperienza della morte.

Marta sperava in una resurrezione lontana, Gesù invece si identifica con la resurrezione che è immediata. Noi che siamo vivi e che abbiamo dato adesione a Gesù non faremo l„esperienza della morte. Gesù più volte lo ha detto nel vangelo “chi osserva la mia parola non vedrà mai la morte”.

Il messaggio cristiano è che Gesù non resuscita i morti, ma comunica ai vivi una vita che è capace di superare la morte. Pertanto i cristiani non credono che resusciteranno, ma credono che sono già resuscitati.

Se leggiamo le lettere di Paolo troveremo l‟espressione, nella lettera agli Efesini” Con lui ci ha anche resuscitati”. Ci saremmo aspettati ci resusciterà. No. Con lui ci ha anche resuscitati. Nella lettera ai Colossesi: “ Se dunque siete resuscitati in Cristo”.

La credenza dei primi cristiani è che per aver dato adesione a Gesù, avevano già subito una vita, di una qualità tale, che quando verrà il momento della morte la supererà.

In un vangelo apocrifo, il vangelo di Filippo c‟è questa espressione interessantissima. L‟autore scrive:“Chi dice prima si muore e poi si risorge, sbaglia”. Se non si risuscita prima mentre si è ancora in vita, morendo non si risuscita più.

Ĕ chiaro che viene l‟obiezione. Come possiamo dire che non moriamo, quando vediamo che la gente muore? Perché nei vangeli e nel Nuovo Testamento, si parla di morte seconda e a questa che si riferisce Gesù.

Cosa significa la morte seconda? Mi aiuto con un grafico. C‟è un inizio della nostra esistenza, c‟è una crescita nella vita fisica e raggiungiamo la pienezza. La vita ha un inizio, una vita piena e, dispiace a tutti quanti, dopo questo momento di pienezza irrimediabilmente, comincia il declino fisico.

Noi possiamo fare tutte le ginnastiche, mettere le creme che vogliamo. Arriva il declino fino alla dissoluzione totale di questa vita fisica, questo è per tutti. Un inizio c‟è una crescita, si arriva a un momento di pienezza e poi comincia il declino.

Cosa significa declino? Le cellule del nostro organismo cominciano a morire, a non rigenerarsi, si deteriorano finché arriva – speriamo il più lontano possibile – il momento della dissoluzione .

Noi non siamo solo di ciccia, c‟è una vita interiore che è quella della persona e questa lo stesso fa questa parabola. Cresce e quando arriva al momento della pienezza non si ferma e comincia a declinare, ma c‟è come un divorzio, continua a crescere.

Quella è la prima morte, alla quale tutti inevitabilmente andiamo incontro. Questa è la vita che continua, è quella che nel Nuovo Testamento si chiama morte seconda. C‟è il rischio, c‟è la possibilità che quando arriva il momento della morte fisica non ci sia niente di questo, non ci sia una vita interiore. Ĕ la seconda morte.

Qual è il messaggio di Gesù? Non è venuto a liberarci dalla morte biologica, fisica. Questa è irrimediabile, ma come scrive Paolo in una delle sue lettere: ”Mentre l’uomo esteriore va declinando, l’uomo interiore si rafforza”.

Arriva un momento della nostra esistenza, chiaro non abbiamo più il corpo dei vent‟anni, ma non è paragonabile la ricchezza interiore che abbiamo dentro con quella che c‟era a vent‟anni. Questo è quello che rimane. Questa è la morte a cui il credente non andrà incontro.

Gesù non resuscita i morti, ma è venuto a comunicare ai vivi, una vita di una qualità tale, capace di superare la morte.

Gesù chiede a Marta se crede in questo: “Credi tu questo? Gli rispose: “Sì, o Signore, io credo” – prima sapeva, adesso “crede” , c‟è un passaggio, una crescita nella comunità – “che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo”.(Gv. 11,27).

Prima Marta credeva che Gesù fosse un profeta straordinario, chiede a Dio. Adesso capisce che Gesù è Dio sono un‟unica cosa. “Sei il figlio di Dio che deve venire nel mondo”.

Dopo queste parole se ne andò a chiamare di nascosto Maria, sua sorella, dicendo: “Il maestro è qui e ti chiama”.(Gv. 11,28). Perché Marta va a chiamare Maria di nascosto? Abbiamo visto che è una comunità che gode della simpatia delle autorità religiose. Perché? Fintanto che Gesù è ritenuto un profeta non c‟è nessun problema, ma quando la comunità arriva a credere che Gesù e Dio sono la stessa cosa si scatena la persecuzione.

Quando Gesù di fronte al Sommo Sacerdote riconoscerà di essere il figlio di Dio, il Sommo Sacerdote si straccia le vesti e dice: “Bestemmia”. Quando la comunità riconoscerà che in Gesù si manifesta la pienezza di Dio, incomincia la persecuzione.

Qui l‟evangelista l‟anticipa. Fintanto che la comunità credeva Gesù profeta non c‟è alcun problema,quando comincia a comprenderlo come figlio di Dio, comincia la persecuzione.

Quella udito ciò, si alzò in fretta e andò da lui”.( Gv. 11, 29). L‟arrivo di Gesù toglie Maria dall‟immobilità , dalla paralisi in cui giaceva. Ecco siamo alle battute finali, c‟è un crescendo e l‟evangelista arricchisce ogni termine.

Gesù non era entrato nel villaggio. Gesù non era entrato e non entra. Il villaggio, il luogo della tradizione, il luogo della morte non può vedere la presenza di Gesù. Per vedere Gesù bisogna uscire dalla tradizione e dal luogo dei morti.

Il vangelo di Luca quando le donne arrivano al sepolcro trovano gli angeli che dicono: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo”. Questo bisognerebbe scriverlo in ogni cimitero . Se crediamo che la persona è viva, la cosa più inutile è il cimitero.

Gesù non era ancora entrato nel villaggio, ma si trovava ancora nel luogo”- il termine luogo nel vangelo di Giovanni è usato per indicare il tempio. Quando Caifa decide di ammazzare Gesù dice: “Perché non vengano i Romani e ci distruggono il luogo (il tempio). L‟evangelista vuol dire che la presenza di Gesù è l‟unico santuario dal quale si irradia la vita e la gloria di Dio.

Non c‟è più un edificio in muratura, ma c‟è una persona vivente. “..nel luogo dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei che erano in casa con lei a confortarla, quando videro Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono pensando: “Va al sepolcro per piangere là”. ( Gv. 11,30-31).

Ora per ben tre volte ci sarà la ripetizione del verbo piangere – e il numero tre sta ad indicare la completezza – e adesso vedremo il significato di questo verbo. L‟unica cosa che sanno fare i Giudei è pensare alla morte, è pensare a piangere. Credono sì alla resurrezione nell‟ultimo giorno, alla fine dei tempi, ma quella non è una consolazione.

Seguendo la discepola, escono anche loro dal villaggio, si incontrano con Gesù. “Maria, dunque, quando giunse dov’era Gesù, vistolo si gettò ai suoi piedi dicendo: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!“ (Gv. 11, 32). Maria si rivolge a Gesù quasi esattamente come Marta , solo che Marta ha detto: “Non sarebbe morto mio fratello”. Invece Maria mette l‟accento su ”mio fratello non sarebbe morto”. Mette in primo luogo il ricordo di Lazzaro.

La ripetizione del rimprovero a Gesù, sottolinea che questo è il sentimento forte della comunità. Ĕ una comunità che chiede a Gesù: “Ma tu dove eri nel momento del bisogno”.

Gesù allora quando la vide piangere – e qui notate non c‟era bisogno della sottolineatura del verbo piangere – e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei,” – Maria piange, piangono i Giudei e il verbo piangere viene ripetuto tre volte – “ con lei,” – e qui c‟è un verbo che non è facile tradurre, io lo traduco all‟anconetana –“sbuffò”.

Il verbo greco indica un atto energico, indignato, con il quale si vuol reprimere o il sentimento proprio o l‟azione altrui. Potremmo dire fremette, ma fremette non dà l‟idea. Gesù sbuffò. Gesù sbuffa perché non tollera che venga fatto il cordoglio funebre, disperato per Lazzaro. Esattamente come ha fatto nell‟altra resurrezione, alla casa della figlia di Jairo, dalla quale cacciò via tutti quanti.

Gesù sbuffa perché non tollera che la sua comunità, Maria e Marta, siano senza speranza come i Giudei che credono nella resurrezione alla fine dei tempi. “e turbato disse: “Dove l’avete posto?” Gesù dice :”Dove voi l‟avete collocato”. “Gli dissero: “Signore vieni a vedere”. (Gv. 11,33-34).

All‟inizio del vangelo quando i primi discepoli gli avevano chiesto: “Gesù dove abiti”. Gesù ha detto:”Venite e vedete”. Era il luogo della vita. In bocca ai Giudei è il luogo della morte.

Seconda parte.

Gesù incomincia a prendere le distanze e ci avviciniamo al cuore del racconto. Vedrete che l‟interpretazione ce la dà lo stesso evangelista, dandoci delle chiavi di lettura, delle indicazioni che ci fanno comprendere il significato di questa lunga narrazione.

Ĕ uno dei pochi casi, nel vangelo, in cui un singolo episodio occupa tanto spazio. Abbiamo visto che per ben tre volte l‟evangelista ha detto che Maria e i Giudei piangono. Adopera un verbo che traduciamo con piangere, che significa il lamento funebre, che indica la disperazione. Perché è vero, credevano che ci sarebbe stata la resurrezione alla fine dei tempi, ma questo non era occasione di consolazione ma di disperazione.

Sia Maria che i Giudei piangono, fanno il lamento funebre che indica la disperazione per qualcosa che è irrimediabile. Continuiamo la nostra lettura e siamo al versetto 35.

Gesù cominciò – e qui l‟evangelista sta attento all‟uso esatto dei termini e non si sbaglia e non adopera il verbo piangere, come purtroppo qualche traduttore fa, ma adopera un altro verbo che significa letteralmente lacrimare.

Qual è la differenza? Mentre Maria e i Giudei piangono ed esprimono la disperazione per qualcosa che non è più, Gesù non piange, non esprime la disperazione, però lacrima ed esprime il dolore.

Ĕ molto importante questa distinzione tra i due verbi, che indica l‟esatto comportamento che si deve avere nei confronti della morte. Quando muore la persona cara non ci sarà la disperazione come per chi sa che tutto è finito e non c‟è nessuna speranza. Naturalmente c‟è il dolore, perché fisicamente, concretamente, quella persona che accarezzavamo, che coccolavamo non esiste più. Continua la vita, ma in una maniera differente.

Questo è importante, perché Gesù non è un alieno che di fronte alla morte canta: Alleluia, alleluia! come in certi gruppuscoli si suole fare. Di fronte alla morte non c‟è disperazione, ma senz‟altro c‟è il dolore. Atteggiamenti alleluiatici di fronte alla morte degli individui sono fuori posto. Non c‟è la disperazione, ma c‟è il dolore. Un dolore sereno che naturalmente permane.

Se prendiamo questa lettura – e al termine sarete voi che dovrete decidere che scelta fare – dal punto di vista storico, cioè letterale, ci si chiede: “Ma perché Gesù piange, o lacrima”. Perché Gesù perde il tempo a lacrimare quando sa già che resusciterà Lazzaro.

Vedete è una incongruenza. Se Gesù veramente rianima il cadavere, ma perché piange, perché perde tempo a piangere! Perché Gesù non è venuto a rianimare un cadavere, ma a liberare la comunità dall‟idea della morte – che adesso vedremo – e le lacrime di Gesù mostrano il suo dolore e il suo affetto per questo discepolo amato.

Dissero allora i Giudei: “Vedi come gli voleva bene!”Non capiscono. Per loro l‟azione è al passato, non capiscono che l‟azione di Gesù di amore, di affetto per il discepolo non viene interrotta dalla morte,ma continua dopo la morte. “Ma” – e qui l‟evangelista ci dà già un anticipo di quello che Gesù starà per fare – “alcuni di loro dissero: “Costui che ha aperto gli occhi al cieco non poteva anche far sì che questi non morisse!”.(Gv. 11,37).

Nella guarigione del cieco Gesù aveva ripetuto le stesse azioni del creatore. Il creatore, secondo il libro della Genesi, impastò del fango e fece l‟uomo. Nella guarigione del cieco nato, Gesù con la saliva e della terra fa del fango e lo spalma sugli occhi del cieco nato.

L‟evangelista vuol dire che ora Gesù completa la creazione, facendo rendere conto alla comunità qual è la vera creazione. La vera creazione non termina, come quella di prima, nella morte, ma in una vita che è capace di superare la morte.

Intanto Gesù ancora fremendo “– o per gli anconetani ancora “sbuffando” –“si recò al sepolcro; era una grotta e contro vi era posta una pietra”.(Gv. 11,38). Sono delle indicazioni superflue. Per noi sapere com‟era questo sepolcro, non ci aiuta più di tanto per comprendere la resurrezione, ma non per l‟evangelista.

L‟evangelista dice che era una grotta . Perché adopera il termine grotta? Il termine grotta, letteralmente spelonca, è lo stesso che nel libro della Genesi, si adopera per la grotta, per la caverna, dove vennero seppelliti i tre grandi padri del popolo di Israele, Abramo, Isacco , Giacobbe e con le loro mogli.

Si rifà alla tradizione di Israele. L‟evangelista dicendo che il sepolcro era una grotta, significa che Lazzaro è stato seppellito alla maniera giudaica. La maniera giudaica era che il morto si riuniva con i suoi padri. La comunità non ha compreso la novità di Gesù e lo ha seppelliti alla maniera giudaica “e contro vi era posta una pietra”.

Per ben tre volte nella narrazione compare il termine pietra. Ricordo che il numero tre significa completo. Mettere contro una pietra, significa la fine di tutto.

L‟espressione che adoperiamo nel nostro linguaggio”metterci una pietra sopra“ deriva da questi usi funerari. Quando metti la pietra sopra è finito, non c‟è più nessuna speranza. Per loro è vero, c‟è questa speranza di resurrezione alla fine dei tempi.

Qui adesso abbiamo tre ordini che l‟evangelista ci presenta all‟imperativo, sono ordini che non si possono discutere da parte di Gesù. E il primo è : “Disse Gesù: “Togliete la pietra!”- Siete voi che dovete togliere la pietra messa sopra che rappresenta la fine definitiva – “Gli rispose Marta, la sorella del morto: “Signore già manda cattivo odore,poiché è di quattro giorni”: (Gv. 11,39).

Il quarto giorno significava che ormai la putrefazione era avanzata, quindi puzza. La fede che prima Marta aveva espressa, aveva detto: “Sì io credo”, adesso vacilla di fronte alla realtà. Un conto è credere, un conto è trovarsi di fronte alla realtà. La realtà sembra contraddire quello a cui si crede.

Puzza già, è già di quattro giorni. E adesso il versetto 40, è la chiave per comprendere l‟episodio. Dopo di questo alcuni vedranno certe cose altri no.”Le disse Gesù: ”Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?”. (Gv. 11,40).

Nel colloquio che Gesù ha avuto con Marta – ma mica gli ha detto, perché Gesù dice “non ti ho detto” e quindi qualcosa che Gesù già le aveva detto – ma Gesù a Marta non ha parlato di gloria di Dio, ma ha parlato di vita.

L‟evangelista unisce questi due termini. La gloria di Dio si manifesta in una vita che è stata capace di superare la morte. Ma tutto questo dipende dalla fede di Marta, se Marta crede vede, se non crede non vede niente.

La resurrezione di Lazzaro può essere vista soltanto con gli occhi della fede da quelli che credono, quelli che non credono non vedono niente. Ed è importante quello che Gesù dice: “Se credi, vedrai”.

A Gesù avevano chiesto: “Quale segno tu ci fai perché vediamo e crediamo”. Alla religione si chiede un segno da vedere per poter credere. Ebbene Gesù inverte la formulazione, occorre credere per poter vedere. Il segno non conduce l‟uomo alla fede, ma al contrario è la fede che produce il segno.

La gente gli diceva “mostraci un segno che noi vediamo e crediamo”. Gesù dice: “ no, credete e diventerete voi un segno che si può vedere”. Da adesso in poi la resurrezione di Lazzaro viene condizionata dalla fede della sorella “se credi vedi, non credi, non vedi niente”.

Tolsero dunque la pietra”. – di fronte al rimprovero di Gesù la comunità decide di togliere la pietra messa sopra eliminando la frontiera tra i morti e i vivi e si apre alla vita. “Gesù allora alzò gli occhi al cielo e disse: “Padre ti ringrazio che mi hai ascoltato”. (Gv. 11,41).

Ricordate, Marta aveva chiesto a Gesù di chiedere al Padre. Gesù non chiede, ma lo ringrazia. Il verbo ringraziare, che è lo stesso da cui deriva poi il termine eucaristia, in questo vangelo appare soltanto tre volte. E voi sapete, secondo la tecnica letteraria dell‟epoca, sono avvenimenti collegati. Due volte nell‟episodio della condivisione dei pani e la terza nella resurrezione di Lazzaro.

Questo ci fa capire l‟eucaristia che fra poco, per chi vorrà, celebreremo. Ĕ la condivisione dei pani, cioè il farsi pane per gli altri, quello che permette alle persone di avere una vita capace di superare la morte.

L‟evangelista collega strettamente l‟eucaristia e la resurrezione. Il dono generoso di quello che si è e di quello che si ha, espresso nella condivisione dei pani, comunica una vita capace di superare la morte.

Ecco perché Gesù in questo episodio aveva detto: “Chi mangia questo pane, vive in eterno”. “Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato”. (Gv. 11,42). Gesù era stato accusato dalle autorità di farsi uguale a Dio, adesso Gesù dimostra che lui e il Padre sono una cosa sola.

E siamo arrivati al momento culminante della narrazione. “E detto questo, gridò a gran voce: “Lazzaro, vieni fuori!” (Gv. 11,43). Perché c‟è bisogno di gridare da parte di Gesù? Gesù aveva detto : “Verrà l‟ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la mia voce e ne usciranno”. Ĕ la voce del Dio della vita, che chiama, coloro che sono sprofondati nella morte, alla vita.

Naturalmente, penso che lo capiamo, non è che questi stavano lì ad aspettare questa voce del Signore. Sono già resuscitati, tutti quanti, è che la comunità non se n‟è resa conto. La resurrezione esisteva prima di Gesù. Gesù ce ne ha fatto prendere coscienza. Non è che questi stavano ad aspettare questa voce.

Qui notate la descrizione, Gesù chiama: “ Lazzaro vieni fuori”. Non viene mica fuori Lazzaro. C‟è scritto “Il morto uscì”. Avrebbe dovuto scrivere correttamente “Lazzaro uscì”. Lazzaro è ormai con il Padre, Lazzaro è già resuscitato, Lazzaro è già nella pienezza dell‟amore di Dio.

Quello che deve uscire non è Lazzaro, è il morto. “Il morto uscì” – i primi commentatori di questo vangelo, vedendo questa descrizione strana dicevano miracolo nel miracolo perché uscì – “con i piedi e le mani legate da bende – immaginate questo morto che zompetta; come faceva questo morto, che era legato come un salame, a uscire dal sepolcro, non si sa. – “e il volto coperto da un sudario”. ( Gv. 11,43).

Questa maniera di seppellire i morti, non era quella in uso tra i Giudei. Il cadavere veniva lavato con aceto, profumato e poi veniva posto un lenzuolo sopra. Questo modo di dire “i piedi e le mani legate da bende”, non si legavano i piedi e le mani. Perché l‟evangelista adopera questa espressione? Perché Lazzaro è legato come un prigioniero, prigioniero della morte.

Sono tanti i salmi che descrivano la morte come una prigionia. Per esempio dice: “ mi stringevano funi di morte, ero preso nei lacci dello sheol, – lo sheol è il regno dei morti – mi avvolgevano i lacci della morte ecc.. La morte veniva considerata essere legati mani e piedi.

Per il sudario il riferimento è al profeta Isaia che nel capitolo 25 afferma: “Egli, il Signore strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia, cioè il sudario, di tutti i popoli, eliminerà la morte per sempre. Il Signore Dio, asciugherà le lacrime di ogni volto.”

Colui che esce, quindi non è Lazzaro. Lazzaro sta già nella gloria del Padre. Ĕ la comunità che deve cambiare mentalità e liberarsi di un Lazzaro morto e legato con le funi della morte.

Abbiamo detto ci sono tre imperativi, il secondo e il terzo: “ E Gesù disse loro: “Scioglietelo” – sciogliendo il morto è la comunità che si scioglie dalla paura della morte. Lazzaro è già con il Padre, è il morto che deve essere sciolto

Poi clamoroso, è la chiave di lettura di tutto l‟episodio – noi adesso proviamo ad immaginarci di essere, realmente, di fronte alla tomba della persona cara che ci è morta ultimamente. Per un avvenimento straordinario questa persona resuscita e cosa faremmo? Lo accoglieremo, lo festeggeremo, qualcuno un po‟ schizzinoso gli dà una lavata.

Invece l‟ultimo imperativo di Gesù che è la chiave di lettura di tutto questo brano “e lasciatelo andare”. (Gv. 11,44). Che strano, non fatelo venire o accogliamolo, “lasciatelo andare”. E questa è una contraddizione. Ci sono le sorelle disperate che piangono il morto, il morto resuscita, invece di dire: accogliamolo, andiamo incontro, “lasciatelo andare!”

Questo verbo andare, è stato usato da Gesù per indicare il suo cammino verso il Padre, “Dove io vado, voi non potete venire”. Gesù dice: “Lasciate andare Lazzaro verso la pienezza del Padre”. Gesù non restituisce, come ci si sarebbe aspettato, Lazzaro ai suoi, ma lo lascia libero di andare.

Ĕ chiaro, non è che Lazzaro debba ancora andare dal Padre, c‟è già. Ĕ la comunità che deve lasciarlo andare senza trattenerlo come un morto. Fintanto che noi piangiamo disperati, per la morte di una persona cara, la teniamo legata, immobilizzata, nelle funi della morte.

La persona cara naturalmente, non è quella che piangiamo, quella è già nella gloria, nella pienezza della vita di Dio. Ma siamo noi che dobbiamo scioglierci e slegarlo e farlo andare via.

Con questo episodio si chiede un cambio di mentalità alla comunità cristiana per passare dalla concezione giudaica della morte a quella cristiana. Ed ecco, abbiamo concluso, il finale “ Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di quel che egli aveva compiuto, – chi? Maria o Gesù? L‟evangelista è ambiguo, è azione di Gesù ma è azione di Maria – credettero in lui”. (Gv. 11,45).

Gesù ha mostrato che Lazzaro è vivo, ma è stata la comunità, rappresentata da Maria che ha sciolto il morto e lo ha lasciato andare, perché ha compreso che la qualità di vita comunicata da Gesù supera l‟esistenza della morte.

La morte non solo non distrugge l‟individuo, ma lo potenzia. La morte è una ricreazione, una resurrezione, una nuova creazione nella quale la persona viene ricreata completamente da Dio. Questo converte la comunità, in una testimonianza visibile di una vita capace di superare la morte e attira anche i Giudei.

Abbiamo detto all‟inizio, ho voluto fare questo brano anche come ricordo, come omaggio alla mamma di Riccardo. Dicevo all‟inizio di questa esperienza dolorosa, – conoscevo la mamma di Riccardo ormai da più di venti anni, un grande affetto da parte mia, – penso che ho vissuto la morte della madre di Riccardo, come la può aver vissuta un fratello.

Nel dolore, tanto, abbiamo sperimentato la certezza, la verità del messaggio di Gesù. Ripeto in un bagno di dolore tanto grande emergevano più che mai vere le parole di Gesù. Quello che noi vi diciamo, non è un insegnamento teorico, è esperienza di vita. E l‟occasione di questa morte ce lo ha dimostrato. Ci ha dimostrato che è vero quello che Gesù dice “cercate il regno e il resto vi viene dato in abbondanza”.

Credo che possiamo affermare senza superbia, che noi ci diamo senza risparmio in questa attività, ma quando ne abbiamo bisogno, abbiamo una risposta mille volte superiore a quello che possiamo dare. Il Signore tutto trasforma in bene, anche un avvenimento doloroso e poi, vera più che mai, la frase di Gesù:”A chi ha sarà dato, a chi non ha sarà tolto anche quello che ha”.

L‟atteggiamento nei confronti di una morte devastante non si improvvisa. O uno ha dei serbatoi di ricchezza dentro, che in quel momento affiorano, “a chi ha sarà dato”, oppure in quel momento uno è incapace di qualunque reazione.

Ecco, il Signore tutto trasforma in bene. “A chi ha sarà dato” “cercate il regno e il resto vi sarà dato in sovrappiù”. Nell‟esperienza dolorosa della morte della mamma di Riccardo, avevamo una serenità crescente, contagiante. Tanto è vero che quando ho celebrato la messa nel suo paese, eravamo un po‟ imbarazzati perché eravamo così contenti. Dico: non è che la gente interpreterà male questo atteggiamento. Eravamo pieni di contentezza pure nel dolore.

L‟episodio che abbiamo trattato non è di facile comprensione. Quando venti anni fa per la prima volta mi accinsi a studiarlo, mi ci sono voluti cinque anni per capirlo,a livello intellettuale sì, perché il testo è chiaro, ma prima che ti entri dentro ti devi scrostare tutte le tradizioni che ti trovi dentro e ci ho messo cinque anni.

Sono anconetano, sono testardo, mi c‟è voluto. Dico questo se qualcuno si trova sconcentrato di fronte a questo episodio, a questa interpretazione. L‟importante è accogliere questa proposta

Abbiamo quindici minuti per i vostri interventi, per le vostre domande, per quanto riguarda il tema della morte e della resurrezione.

Domanda.

Naturalmente i dubbi sono tanti. Al versetto 25 “anche se muore vivrà” un verbo al presente e un verbo al futuro. Come seconda domanda “chiunque vive e crede in me non morrà in eterno. Dimmi cosa non morrà. Morrà tutto, qualcosaltro, la vita fisica finisce, l‟anima muore, il soffio divino non c‟è più.. cosa rimane. L‟altra domanda, Lazzaro riappare però, è morto,è nella tomba..

Risposta.

Cominciamo dall‟ultima che è la più imbarazzante. Prendiamo Gv. 12,1-3 ”Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò in Betania, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva resuscitato dai morti. E qui gli fecero una cena. Marta serviva e Lazzaro – letteralmente – era con lui (seduto con lui). Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù” – e Giuda che protesta.

Abbiamo una cena che è la sostituzione del banchetto funebre. In Israele, una settimana dopo il decesso, si faceva un banchetto funebre, dove si lasciava un posto simbolico riservato al morto. La comunità cristiana si riunisce per la celebrazione dell‟eucaristia.

Ogni volta che nel vangelo c‟è il termine cena è sempre in relazione all‟eucaristia. La comunità celebra l‟eucaristia e qui abbiamo tutta una serie di personaggi, ognuno dei quali compie una azione. Vediamo questi personaggi.

Marta serve, poi c‟è pure Maria, che unge, c‟è,Giuda che protesta, Gesù che è l‟ospite e quindi è colui che parla, l‟unico che non fa assolutamente niente è Lazzaro. Questo è strano. C‟è questa cena e ognuno dei personaggi presenti in questa cena compie una azione o si fa fare un‟azione.

L‟unico che non fa niente è Lazzaro che viene descritto, il termine che adopera l‟evangelista è “era sdraiato con lui”. Come fa a stare sdraiato con Gesù? Questa è una indicazione importantissima, preziosa anche per l‟eucaristia che fra poco celebreremo.

Nella celebrazione eucaristica, e di questo si tratta, la persona che ha superato la soglia della morte è presente, e non si prega per lui, ma con lui si ringrazia per il dono della vita. Non si celebra la messa per i defunti, ma si celebra con i defunti, per ringraziare loro della presenza della vita.

L‟evangelista presenta la cena eucaristica, dove la presenza di Gesù comporta la presenza di Lazzaro. Siccome Lazzaro è nella pienezza di vita, Gesù è pienezza di vita, la presenza di Gesù comporta quella di Lazzaro e anche quella di tutti i nostri cari.

Tra poco quando celebreremo l‟eucaristia, la chiesa sarà affollatissima perché non ci saremo soltanto noi, ma ci crediamo. ci sono tutte le nostre persone care, per le quali non preghiamo, ma con le quali ringraziamo il Signore per la vita di una pienezza.

E mi chiedi, giustamente, ma che tipo di vita. Noi abbiamo difficoltà perché almeno nei nostri catechismi siamo cresciuti con l‟idea, vi ricordate, l‟anima? L‟anima è un concetto inesistente nel mondo ebraico. L‟anima è un concetto della filosofia greca che poi si infiltrò nel cristianesimo.

C‟è uno dei primi padri della chiesa Giustino, che dice: “Quando incontri qualcuno, come fai per sapere se è cristiano o pagano? Chiedigli: “Tu cosa credi, nell‟immortalità dell‟anima o nella resurrezione dei morti? Se ti risponde immortalità dell‟anima, non è cristiano.

Quindi l‟anima non era un concetto ebraico, non era un concetto cristiano e non c‟è l‟idea di una immortalità dell‟anima. Qual era l‟idea greca filosofica dell‟immortalità dell‟anima? L‟anima stava nei cieli, si incarnava mal volentieri in un corpo che vedeva come una prigione, non vedeva l‟ora di tornare nei cieli. Questo anche a discredito della vita fisica.

Questo è assente nel messaggio di Gesù. Nel mondo ebraico c‟è l‟individuo che è composto da una parte biologica, dalla ciccia tanto per intenderci, ma noi non siamo soltanto questa parte, c‟è la persona, l‟individuo.

Io certo, mi esprimi con queste braccia, ma se malauguratamente non dovessi aver le braccia, sarò menomato fisicamente, ma Alberto non è menomato. Nel concetto ebraico c‟è l‟individuo che è composto da una parte biologica e questa termina, ma l‟individuo continua la sua esistenza. E questo continua a vivere.

Domanda. Rispetto alla pienezza della vita, che è un concetto di pienezza, la vita terrena perché è importante. Voglio dire perché è così importante la vita sulla terra? Se poi la pienezza la si acquisisce..

Risposta. La pienezza. Nel mondo ebraico la vita eterna era il premio futuro per il buon comportamento tenuto nel presente. Gesù al contrario ci dice che questa pienezza di vita non c‟è da aspettarla nel futuro ma si può vivere già nel presente. Quando si vive donandosi per gli altri,amando gli altri, e naturalmente ricevendo, questa è la pienezza di vita.

Adesso lo dico in maniera scherzosa, ma non aspettatevi quando sarà il momento della morte che cambi qualcosa. Non cambierà mica niente, continueremo la nostra esistenza.

Un giorno, eravamo in giardino con Riccardo e dicevo: “Riccardo non è che siamo morti e non ce ne siamo accorti”. Tra di noi , qui in comunità, grazie al cielo, ci si vuole tanto bene, siamo circondati da tanto affetto! Dico: “Vuoi vedere che siamo morti e non ce ne siamo accorti?”

Con la morte non cambia assolutamente niente. Non c‟è da aspettarsi una pienezza di vita nell‟aldilà, si può già sperimentare nel presente. Ĕ chiaro nel limitatissimo arco della nostra esistenza non riusciamo a tirare fuori tutte quelle energie d‟amore che abbiamo. Quand‟è che si tirano fuori queste energie d‟amore? Quando ci troviamo in una situazione di emergenza.

Prendete un familiare ammalato e dobbiamo assisterlo. Tiriamo fuori da dentro di noi, delle capacità di resistenza, di forza, che non conoscevamo. Le avevamo dentro, c‟è voluta l‟occasione per tirarle fuori. La morte sarà il momento in cui tutte queste energie si riveleranno.

Nel breve arco della nostra esistenza non riusciamo a sviluppare tutta la nostra capacità d‟amore, con la morte tutto questo si libera. Ma la pienezza di vita noi siamo chiamati a viverla già su questa terra.

La valle di lacrime lasciamola per quelli che ci vogliono sguazzare. Questo non toglie che non ci siano difficoltà, sofferenze, momenti tristi in questa esistenza. Avete visto che Gesù lacrima, Gesù non è un alieno, ma c‟è una capacità nuova per vivere e superare.

Domanda. Io volevo soltanto dire: “Sì, questo discorso mi convince, ma se pensiamo a quelli che vivono la realtà della guerra, della fame, della disperazione, potrebbero dire la stessa cosa?”

Risposta. Si, noi, tutti quanti, abbiamo una grandissima responsabilità e conoscere il messaggio di Gesù implica, non soltanto una relazione spirituale, ma anche un atteggiamento politico, sociale e sociologico. L‟accoglienza del messaggio di Gesù non ti porta soltanto a un rapporto particolare richiamo la vita spirituale, ma si vede, si deve vedere, deve emergere anche in una scelta politica.

Quando, in questi ultimi tempi tragici, abbiamo visto gente giustificare la guerra e dichiararsi cristiani, capisci che lì c‟è una schizofrenia completa. Noi siamo seguaci, non dimentichiamolo mai, di uno che è stato condannato a morte – è stata una azione preventiva, perché altrimenti sarebbe stato più pericoloso in seguito – in nome di Dio.

Le massime autorità religiose, civili, lo hanno condannato a morte. I cristiani sono i seguaci di un condannato a morte. Allora bisogna stare sempre dalla parte di chi è condannato e mai di chi condanna. Sempre dalla parte di chi viene ucciso e mai di chi uccide, anche se chi uccide e tutti quelli che uccidono, per garantirsi la protezione, pretendono di farlo in nome di Dio

Quando si sente un criminale come Bush dire che Dio è con lui, capisci che il Dio di Bush è un po‟ differente dal Dio in cui noi crediamo. Forse si chiamava Mammona, la traduzione inglese non deve essergli arrivato, il dio di Bush.

Tutti i potenti pretendono legittimare la loro violenza in nome di Dio. Basta ricordare il famoso cinturone dei nazisti, Dio è con noi. Noi siamo dalla parte di un Dio che è stato crocifisso. Sempre dalla parte di chi è stato condannato e mai di chi condanna. Anche se chi condanna pensa di avere tutte le carte in regola.

Più carte in regola del sommo sacerdote non ce le aveva, condannare Gesù in nome di Dio, come bestemmiatore. La storia ha dimostrato forse qualcosa al contrario.

Domanda. Vorrei sapere che fine fanno il Paradiso, e soprattutto il Purgatorio. E un‟altra cosa ,io rimango io, non voglio perdermi come una goccia in mezzo al mare. Voglio rimanere e riconoscere le altre goccioline insieme a me.

Risposta. Intanto cominciamo da questo. Con la morte non cambia niente, noi rimaniamo noi con le nostre qualità. Non so se vi possa interessare, ma io amo tanto i gatti e le piante. Io posso vivere dovunque, ma devo avere un gatto e una pianta. Nel così detto aldilà se non ho gatti e piante ,io non ci sto.

Guardate, io l‟ho detto scherzando, ma è vero. Tutto quello che nella nostra esistenza è stato oggetto di amore sarà il bagaglio con cui entriamo in una esistenza definitiva. Noi non cambiamo, ma continuiamo la crescita.

La domanda che hai fatto all‟ultimo momento avrai la risposta. Giustamente dice una volta era così facile tutto quanto. Era tutto così giusto. I buoni, pochi in Paradiso; quelli così così, in Purgatorio; i cattivi all‟Inferno.

Bene, quando il Concilio Vaticano ha rinnovato il suo insegnamento in base ai vangeli, il primo a cadere è stato il Limbo. Ĕ stato chiuso d‟ufficio e tutti quei bambini con la valigetta se ne sono andati tutti in Paradiso. Restava l‟Inferno.

E,tante volte noi consigliamo la nuova traduzione del testo del Nuovo Testamento della C.E. I., dove finalmente nell‟ultima revisione, quella del 1997 , è scomparso, salvo una sola volta e non si capisce, il termine Inferno.

Nei vangeli non si parla di Inferno, C‟era quel termine che dicevamo prima, ricordate, l‟ebraico sheol, il greco ha tradotto Ade, il latino ha tradotto con Inferi. Sono la stessa realtà, significa il regno dei morti. In ebraico c‟è questo termine, in greco hanno messo il nome della divinità del regno dei morti, in latino il nome della divinità romana del regno dei morti.

Quando si diceva che Gesù morì e fu sepolto e discese agli Inferi, non era andato all‟Inferno è andato a comunicare la sua vita a quelli che erano morti prima di lui. L‟inferno nasce quindi da questa idea di confusione. Nei vangeli non si parla di Inferno.

C‟è la possibilità della morte seconda. Chi non risponde volontariamente agli innumerevoli stimoli alla vita, che la vita, l‟esistenza ti presenta, quando arriva la morte biologica lì non c‟è niente. C‟è un corpo svuotato, è la morte definitiva.

Quello che una volta si dava come immagine dell‟Inferno, oggi posiamo chiamare morte definitiva. Da parte di Gesù c‟è una proposta di pienezza di vita. Chi l‟accoglie entra nella pienezza di vita, chi sistematicamente la rifiuta entra nella pienezza della morte.

Ma c‟è una frase di Paolo: “Dio ha racchiuso tutti nella disobbedienza per mostrare a tutti misericordia”. La chiesa da sempre canonizza le persone, ma non danna nessuno. Non possiamo sapere di nessuno che non sia entrato in questa vita.

C‟è il termine Paradiso. Gesù tutte le volte che ha dovuto parlare di questa realtà, non ha mai adoperato la parola Paradiso. La parola Paradiso viene dal persiano e significa giardino ed era in un mito. Un mito primitivo di questo giardino di delizie.

Gesù parla sempre di una vita che è capace di superare la morte. L’unica volta che Gesù usa il termine Paradiso è nel vangelo di Luca. Ĕ in croce e sta per morire, c’è un bandito presso di lui e non poteva fargli una lezione di catechismo. Dice: “Oggi tu sarai con me in Paradiso”. Gli dice quello che poteva capire.

Quindi c‟è una proposta di pienezza di vita e chi l‟accoglie entra nella vita piena, il rifiuto è la pienezza della morte.

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UNA CROCE IN DUE: GESU’ E SIMONE DI CIRENE – Angelo Nocent


MEDITAZIONE MUSICALE

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PAPA FRANCESCO A MILANO – ALLA FINE RIMANE DIO – Angelo Nocent

PASSATA LA FESTA “RIMANE DIO”

Ti hanno visto ilare, il volto spianato, perfettamente a tuo agio fra i giovanissimi, nel campo sportivo incorniciato da un Cristo floreale, quasi indù. La tua solarità dietro i contenuti seri, densi e meditati. Ma io ti preferisco pensoso, sfibrato dal caldo, dolente, immerso nel cosmo e a tratti invisibile.

Ti preferisco quando la tua figura emerge incerta fra il verde squillante delle robinie. Quando, sull’altare, letteralmente scompari nell’oro iconico degli arredi, e sei tutt’uno e non ti appartieni più. “Milanesi sì, ambrosiani certo, ma parte del grande popolo di Dio“, riassumi, e dici tutto. Forse hai scelto il rito ambrosiano perché meticcio: spurio, un ponte. In parte romano, in parte bizantino, in parte greco. Come spurio era il nostro patrono. E non è questa, Milano? Non è questa la sua cittadinanza, la sua identità in mille anime?


Milano non è monolitica, ma affastellata e lucente. Come la sua cattedrale. Ha il cuore in mano, Milano. Bene hai fatto a ricordarlo. Bene hai fatto a sottolineare – e qui la gravità s’imponeva – la “speculazione” su sentimenti, famiglia, lavoro (o mancanza di esso)… e tempo; un tempo strapazzato come una fisarmonica rotta, che la cultura attuale, dell’efficientismo e dello scarto, elimina; e dall’altra parte invece, dagli spalti dello stadio, l’hai evocato, rallentato, respirato e amato. I giovani hanno bisogno del tempo come dell’aria. Vogliono dilatazione. Spazi aperti, poiché solo lì si gioca davvero. Educazione e non nozionismo. Spessore.

Ammazzare il tempo, sciupare tempo: due modi per massacrarlo, per sovvertire “i valori, se vogliamo chiamarli così”. Il tuo lessico è lineare, non sciatto. “Valori” non significa nulla. “Valori” implica calcolo. Meglio princìpi, certo. Ma non tutti avrebbero colto. Ti sei quindi rassegnato alla stanchezza verbale, non senza amaritudine.


A ognuno il suo Francesco ed era bello stare lì. Magari per costruire due o tre capanne e ascoltarti ancora. Ma il nostro posto è nelle città della pianura, è nel tempo, che però a sua volta appartiene a Dio; e “ce ne ha promesso tanto”. E mentre il cielo si richiudeva, tornando ingombro di nubi nere, ho ringraziato quel tuo nascondimento, il tralucere nelle fronde, l’aureo annegare.

Andandotene, rimane Dio; quello che la tua presenza ha reso visibile, rinnovando tutte le cose, il nostro quotidiano, il diuturno viaggio. Rimane Dio e rimane tutto, e dopo una notte di gelo e pioggia, come a Emmaus, l’orizzonte si fa più chiaro, timido come l’anima, fragile dopo il periglio. Il cardinale Martini, da lassù, ha sorriso.

Daniela Tuscano

1-Aggiornato di recente1063

Carlo Maria Martini

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