CHIESA E GIOVANI A BRESCIA – Angelo Nocent

Il Sinodo voluto da papa Francesco per il 2018, “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale” è una grande opportunità; una occasione per aprire gli occhi, il cuore e anche i nostri cancelli per uscire incontro ai giovani. Desideriamo metterci in gioco senza paura, mettendoci in ascolto dei giovani e della loro vita.

Stimolati dai giovani di FUCI Brescia, abbiamo la possibilità di entrare dentro le ragioni e i sogni che stanno alla base dell’itinerario ecclesiale che accompagnerà il cammino dei prossimi anni.

Siamo tutti invitati sabato 30 settembre alle ore 17.00 presso il Polo Culturale Diocesano (via Bollani, 20 – Brescia)

Interverranno:

S.E. il Card. LORENZO BALDISSERI
Segretario generale del Sinodo dei Vescovi

Prof.ssa PAOLA BIGNARDI
già Presidente Nazionale di ACI

Padre GIACOMO COSTA SJ
Direttore di Aggiornamenti Sociali

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QUATTRO PASSI CON Madeleine Delbrêl – Angelo Nocent

Domenica scorsa, 17 /9/2017, nella mia parrocchia è venuto il Vescovo Daniele Gianotti ad amministrare le sante cresime, ossia il Sacramento della Confermazione. La chiesa è piccola e, per via del pienone, tanti hanno dovuto assistere la celebrazione dal video situato nell’adiacente stanzone  dell’oratorio. Io ho trovato posto in un angolo da dove non ho visto quasi nulla ma sentito tutto.

Abbiamo talmente invocato lo Spirito sui nuovi cresimandi e su tutto il popolo di Dio di questa nostra Chiesa locale, da avvertirne quasi la presenza fisica, per il surriscaldamento del cuore.

Quando il diacono ha pronunciato le parole di rito: “La Messa è finita, andate in pace. Portate nel mondo la gioia del Vangelo”, ho avuto la chiara impressione che l’azione dello Spirito non sarebbe finita lì. E la prova, per me, è stata l’avermi portato in questi giorni a rispolverare LA GIOIA DI CREDERE e di altri scritti di quella formidabile ed attualissima cristiana venuta dall’ateismo che è Madeleine Delbrêl.

Questa donna è capace di di far salire il morale anche a chi avverte un senso di inutilità del vivere e d’impotenza nelle situazioni contingenti del quotidiano. Ecco, ad esempio una pillola ricostitente: C’è gente che Dio prende e mette da parte. Ma ce n’è altra che egli lascia nella moltitudine, che non ritira dal mondo … Noialtri, gente della strada, crediamo con tutte le nostre forze che questa strada, che questo mondo dove Dio ci ha messi sia per noi il luogo della nostra santità. Noi crediamo che niente di necessario ci manchi, perché, se questo necessario ci mancasse, Dio ce lo avrebbe già dato”. (Noi delle strade p.45).

Qui ci siamo dentro tutti: i “messi da parte” che sono i consacrati e noi della “moltitudine”, lasciati nel mondo, in questo mondo, di questi tempi.

ANDATE…

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Madeleine Delbrêl (1904-1964), poeta, assistente sociale e mistica. Si tratta di una delle grandi figure spirituali del XX secolo. Nata e vissuta in Francia, dopo la sua morte la sua figura ha cominciato ad essere sempre più conosciuta anche all’estero, attraverso le traduzioni dei suoi scritti in moltissime lingue.

Teologi di grande valore – come Fessard, Congar, De Lubac, Bouyer, Journet, Balthasar, Cottier, Guerra, Neufeld, Moioli, il card. Martini, Sequeri – hanno attirato l’attenzione sulla ricchezza e originalità del suo pensiero. Tesi di laurea e studi scientifici le sono stati dedicati in Francia, in Germania, in Italia.

Dieci anni fa – nel gennaio 1995 – è stata introdotta a Roma la causa di beatificazione presso la Congregazione dei Santi. I Vescovi francesi, nel rapporto sulla fede di qualche anno fa, la citano insieme a S. Teresa di Lisieux, segnalando la straordinaria attualità della sua testimonianza nella prospettiva della nuova evangelizzazione. Nell’anno del centenario sono state avviate molte iniziative per farla conoscere, soprattutto in Francia e in Germania, che continuano anche in questi mesi.


Ma chi era questa donna che affermava: Credere in Gesù Cristo è stato tutto per me dal momento che ho creduto in Dio. A Lui ho donato la mia vita e non me ne sono mai pentita?
Alla fede Madeleine arriva a vent’anni (1924).
Nata a Mussidan (in Dordogna, nel sud-ovest della Francia) il 24 ottobre 1904, Madeleine riceve nell’infanzia una marcata educazione letteraria e artistica, e una formazione cristiana tradizionale. Attorno ai quindici anni, tutta dedita alla musica, alla pittura e alla poesia, si allontana dalla fede, fino a dichiararsi “strettamente atea”.

Ascoltiamo un testo che la Delbrêl scrisse all’età di 17 anni, dal titolo Dio è morto, viva la morte.

Si è detto: Dio è morto. Poiché è vero, bisogna avere l’onestà di non vivere più come se lui vivesse ancora. Si è regolata la questione con lui: resta da regolarla con noi. Finché Dio viveva, la morte non era realmente morte.

Ora siamo avvertiti. Anche se non conosciamo la misura esatta della nostra vita, sappiamo che essa sarà piccola, che sarà una vita piccolissima. (…)

Intanto non si è liquidata la successione di Dio. Si sono lasciate dappertutto ipotesi di eternità, di potenza, di anima… E chi è stato l’erede? La morte.” (Noi delle strade, p.57 sgg)

In una famiglia non credente, in balia degli spostamenti di un padre ferroviere, avevo trovato persone eccezionali che mi avevano dato, da sette a dodici anni, l’insegnamento della fede, e altre persone non meno eccezionali mi diedero in seguito una formazione contraria. A quindici anni ero strettamente atea e trovavo ogni giorno il mondo più assurdo. (La lezione di Ivry, in Noi delle strade, p. 308 sgg.).

Se dovevo essere sincera, Dio, non essendo più rigorosamente impossibile, non doveva essere trattato come sicuramente inesistente. Scelsi allora ciò che mi sembrava tradurre meglio il mio cambiamento di prospettiva. Decisi di pregare. Da allora, leggendo e riflettendo, ho trovato Dio, ma pregando, ho creduto che egli mi trovava, e che egli è la verità vivente e si può amarlo come si ama una persona”. (Ville marxiste, p.125).

Per esserci passata, e in modo terribile, nell’orribile notte della negazione so che il vuoto che grida in noi la sua angoscia, è già la voce del pastore(Abbagliata da Dio, p. 96).

La conversione è un fatto violento. Fin dale prime pagine, il Vangelo ci chiama alla “metanoia”: convertitevi! Vale a dire rigiratevi, non guardate più voi stessi ma mettetevi di fronte a me. Il battesimo ha effettuato questo rigiramento violento. Ma in noi questa conversione può essere appena o pienamente consapevole, appena o pienamente volontaria, appena o pienamente libera. La conversione è un momento decisivo, che ci storna da quel che sapevamo della nostra vita perché, faccia a faccia con Dio, Dio ci dice ciò che ne pensa e ciò che vuol farne.” (Noi delle strade, p. 313).

Quanti di noi furono radicalmente sconvolti da ciò che lui amava chiamare “metanoia”, da quel rovesciamento, da quella conversione dall’irrompere della Parola del Signore nella loro vita, una Parola che si rivolgeva proprio a loro, quel giorno stesso. Il Signore Gesù, talmente vivo che poteva parlare con loro e chiamare ciascuno di loro, domandava, esigeva, consigliava, trascinava…..

Ha fatto esplodere per me il vangelo. Grazie a lui, il Vangelo è divenuto per me il libro che, tenuto in mano dalla Chiesa,

  • dice come vivere per contemplare,
  • vivere per adorare e
  • vivere adorando.
  • Il Vangelo è divenuto non più solo il libro del Signore vivente,
  • ma anche il libro del Signore da vivere.

Non mi era più possibile vivere una vita in cui consigli e precetti evangelici non trovassero l’elasticità e la disponibilità necessarie richieste dall’amore per mettere a frutto i propri doni”. (La gioia di credere, p. 54 sgg.).

C’è gente che Dio prende e mette da parte. Ma ce n’è altra che egli lascia nella moltitudine, che non ritira dal mondo … Noialtri, gente della strada, crediamo con tutte le nostre forze che questa strada, che questo mondo dove Dio ci ha messi sia per noi il luogo della nostra santità. Noi crediamo che niente di necessario ci manchi, perché, se questo necessario ci mancasse, Dio ce lo avrebbe già dato”. (Noi delle strade p.45)

Il nostro gruppo ha per scopo di mettersi a disposizione di Dio e della Chiesa vivendo un Vangelo integrale. Per vivere il Vangelo, cerchiamo di praticare la povertà, l’obbedienza, la purezza e l’umiltà col massimo di rigore possibile”. (Abbagliata da Dio, p.189 sgg)

La lotta contro Dio, noi l’abbiamo imparata così, non si contenta dell’azione e del pensiero: tra i due le occorre la cerniera della parola. Di fronte a questo posto dato alla parola, abbiamo dovuto prendere coscienza del nostro silenzio e ricordarci che se siamo cristiani è per vivere, ma anche per gridare Gesù Cristo. Senza i nostri atti, tale grido non sarà inteso, grido che perlopiù non è formato altrimenti che dalle parole indirizzate a un collega, dalle risposte a un amico, da affermazioni che un rumore di macchina soffoca.

Ma attraverso i nostri atti questo piccolo grido di un uomo solo può andare, e bisogna che noi lo sappiamo perché è vero, a risuonare in una folla, a ripercuotersi nelle chiese dl silenzio, a giungere fino all’ultimo nodo della gerarchia marxista. Quando si è ben compreso questo, quando si sa che parlare ad un marxista è rischiare di parlare a molti, le condizioni della nostra parola non possono che coincidere con quelle della nostra preghiera e le due formano un tutt’uno. Solo colui che avrà domandato e ricevuto la forza di parlare a Dio da parte di tutti, avrà la forza, la stessa, di parlare a tutti da parte di Dio”.

Noi non cerchiamo l’apostolato; è l’apostolato che cerca noi. Dio, amandoci per primo, ci rende fratelli e ci fa apostoli. Come divideremmo pane tetto cuore con questo prossimo che è la nostra carne, senza essere traboccanti per lui dell’amore del nostro Dio, proprio da questo prossimo ignorato?

Senza Dio tutto è miseria. Per colui che amiamo, non tolleriamo la miseria, la più grande meno di ogni altra. Non essere apostoli? Non essere missionari? Ma cosa sarebbe allora l’appartenenza a questo Dio che ha inviato il suo Figlio perché il mondo fosse salvato da lui…e come?”

Il Vangelo è il libro della vita del Signore. È fatto per diventare il libro della nostra vita.

  • Non è fatto per essere compreso, ma per accostarvisi come alla soglia del mistero.
  • Non è fatto per essere letto, ma per essere accolto dentro di noi. Ciascuna delle sue parole è spirito e vita.
  • Agili e libere, esse non attendono altro che il desiderio profondo della nostra anima per fondersi con lei.
  • Vive, sono come il lievito iniziale che attaccherà la nostra pasta e la farà fermentare in uno stile di vita nuovo. (…) Se non ci trasformano, è perché non chiediamo loro di trasformarci”. (La gioia di credere, p. 29 – 30)

La parola di Dio non la si porta in capo al mondo in una valigetta: la si porta in sé, la si porta su di sé. Non la si ripone in un angolo di se stessi, nella propria memoria, come ben sistemata sul ripiano di un armadio. La si lascia andare fino al fondo di sé, sino a quel cardine su cui fa perno tutto il nostro essere.(…)

Non si può essere missionari senza aver fatto in sé questa accoglienza franca, larga, cordiale alla Parola di Dio, al Vangelo. (…)

Ma non inganniamoci. Sappiamo che è gravosissimo ricevere in sé il messaggio intatto. È per questo che tanti di noi lo ritoccano, lo mutilano, lo attenuano. Si prova il bisogno di metterlo alla pari con la moda del giorno, come se Dio non fosse alla moda di tutti i giorni, come se si potesse ritoccare Dio.(…)

Questa parola, la sua tendenza vivente, è di farsi carne, di farsi carne in noi.(…)

Questa incarnazione della Parola di Dio in noi, questa docilità a lasciarci modellare da essa, è quel che chiamiamo la testimonianza. Se la nostra testimonianza è spesso così mediocre, è perché non comprendiamo che per essere testimone occorre lo stesso eroismo che per essere martire. Per prendere la Parola di Dio sul serio bisogna che ci sia in noi tutta la forza dello Spirito Santo”. (Noi delle strade, p. 71 sgg)

Una cosa è efficace nella misura in cui esprime gli effetti che le sono propri: una stufa è efficiente se riscalda. Ma anche se essa è vuota, si sa che è una stufa e non si pretende che conservi al fresco per due giorni le aringhe comperate al mercato. Quale efficacia si domanda al cristiano nell’ambiente in cui si trova?

Solo di rado viene domandata al cristiano l’efficacia che deve avere nella sua qualità di cristiano, ma invece questa o quella efficacia economica, politica, magari ideologica, nelle attività o nell’organizzazione della comunità umana.

Ora, se è pur vero che il suo dovere è quello di assumere in essa la sua parte di responsabilità – cosa che non fa sempre – di vivere secondo i principi morali che derivano dalla sua fede – e può capitargli di tradirli – non dipende interamente da lui di mostrarsi efficace, ancora meno il più efficace, perché la sua fede non gli infonde di per sé dei doni supplementari.

Per noi l’efficacia esiste dal momento in cui applichiamo la legge dell’amore… Se seguiamo questa legge, siamo sicuri di essere efficaci. La vita consiste nella ricerca continua dell’applicazione di questa legge, che ha la stessa precisione di una legge scientifica.

Non vi sono altri fondamenti all’efficacia cristiana all’infuori delle promesse di Cristo. E non esiste efficacia cristiana là dove non vi sono promesse di Cristo.

La chiesa è una efficacia vivente delle promesse di Cristo, delle promesse che le sono state fatte in quanto chiesa:

  • “Le porte dell’inferno non prevarranno…”,
  • “Fate questo in memoria di me…”,
  • “I peccati saranno rimessi….”,
  • “Andate, insegnate alle nazioni, predicate il vangelo ad ogni creatura…”.

Saremo sicuramente efficaci solo se inviati dalla chiesa e legati ad essa, perché queste promesse sono state fatte ad essa. L’efficacia promessa è di annunciare il vangelo ad ogni creatura, non di guadagnare alla causa.

  • L’efficacia di annunciarlo alle nazioni, anche se ciò avviene davanti ai loro tribunali che condannano, davanti alle loro persecuzioni che ritengono di rendere onore a Dio.
  • L’efficacia di salvare il mondo, anche quando le ultime calamità del mondo sembrano coincidere con la sconfitta dei credenti, con la fuga di coloro che perseverano, come se la chiesa degli ultimi tempi dovesse ripetere il panico dei Dodici, il giorno del Giovedì Santo.

Tutto ciò è promesso a noi come gli effetti certi della fede, come una efficacia sicura.

Le promesse di Cristo si rivolgono a coloro che credono in lui. L’efficacia cristiana è quella della fede vissuta nelle opere.

Il cristiano porta in tutta quanta la sua vita di uomo la vita stessa di Dio. Questa vita nuova, egli non può acquisirla con le sue forze. Questa vita è un dono di Dio, essa è regolata da Dio, lavora per Dio con dei mezzi donati da Dio, per un fine conosciuto da Dio. Quello che a noi è richiesto è che la viviamo.

Il cristiano può dire che egli ha una vita movimentata, una vita che è tutta intera la messa in atto e la realizzazione di un’opera. Dio ha affidato la storia agli uomini. Dio ha legato gli uomini gli uni con gli altri grazie ad una vocazione posta in essi come un germe e che è l’amore. Ogni uomo porta in sé, come in una gestazione, durante la sua vita, l’uomo eterno che egli diviene ogni giorno: nel suo ultimo giorno egli sarà ciò che i suoi atti avranno fatto di lui.

Per il credente, Dio non è la più bella fra le idee umane, né il più grande pensiero, né l’ideale più magnifico. Per il credente Dio non è qualche cosa: Dio è qualcuno.

Il battezzato non è un essere più immortale rispetto agli altri uomini. Il battezzato è un uomo il quale, accettando la fede che Dio gli offre, accetta di essere rinnovato, di entrare in una famiglia vivente che è quella di Gesù Cristo, di appartenere in tal modo alla razza di Gesù Cristo, di condividere l’amore di Gesù Cristo per Dio, l’amore di un figlio per il suo padre, di condividere l’amore di Gesù Cristo per ogni uomo, per tutti gli uomini.

Il cristiano è colui che, salvato da Cristo, è invitato da lui a salvare gli uomini insieme con Cristo. Per collaborare a questa unica opera di Cristo, riceve lo Spirito di Cristo, le forze viventi di Cristo: il suo Corpo, il suo Sangue, la sua Parola.

Il cristiano è colui che fa sì che il mondo, le sue potenze e le sue ricchezze, l’umanità, le sue evoluzioni e i suoi progressi, servano per ciò che Dio vi ha nascosto, per ciò che l’uomo deve realizzare come sua propria vocazione: la sua somiglianza con Dio. (in Comunità secondo il vangelo, p.150 sgg.)

La nostra condizione normale è di essere noi stessi la cerniera tra il mondo e il Regno dei cieli. Questa situazione normale è per noi uno stato violento. Noi vi siamo per crescervi nella fede, lo dobbiamo e lo possiamo.

Se cerchiamo soltanto di salvare la fede, soltanto di restare cristiani, la nostra fede spesso si indebolisce e spesso non restiamo autenticamente cristiani. Lo status quo, quando lo guardiamo da vicino, sembra essere per noi l’attitudine più mortifera: forse perché, in relazione alla fede, è – si può dire – contro natura! In ogni caso ne ho acquisito la quasi certezza accanto ai comunisti”.

La mentalità atea è una mentalità senza Dio. Dio ha cessato di essere per essa oggetto di aggressività, di disprezzo o di curiosità. Egli sussiste soltanto a titolo di menzogna creduta.

Il nemico degli uomini contemporanei non è Dio, è il credente e nel credente la sua fede in Dio.

Un ambiente ateo ci è contraddittorio nella misura in cui crediamo in Dio. È una domanda vivente. Le sue imprese le sue ricerche le sue realizzazioni ci mettono continuamente in discussione. Mettono in discussione l’uomo credente contro il quale sembra andare ogni senso delle cose.

La fede è realismo: siamo noi che spesso ne facciamo un’astrazione. E abbiamo torto.

Ne facciamo un’arte… astratta di vivere, una teoria filosofica o un sistema di pensiero, ne facciamo delle idee o ce ne facciamo un’idea. Ma essa è una scienza pratica, il saper fare la vita, oggi, qui.

La fede è nel tempo e per il tempo, il tempo in cui si svolge questa vita d’uomo. Si potrebbe dire che la fede è l’amore di Dio impegnato nel tempo, l’impegno nel tempo dell’amore di Dio.

(“La gioia di credere”, p.192 sgg.).

La fede è sempre un dono di Dio. Non la troviamo in alcun mercato, in alcuna fabbrica umana. Non è mai una cosa del tutto naturale avere la fede. Essa ci rivela ciò che è naturalmente nascosto, ci permette ciò che è impossibile.

Cristo ce la offre. Non è un’imposizione, ma un’offerta, un dono che si può accettare o rifiutare. Essa non è mai una ricchezza a cui veniamo obbligati.

Perché sia ricevuta, occorre che la fede incontri la libertà di un cuore umano. Molti cristiani non hanno avuto l’occasione di esprimere il loro accordo o disaccordo. In ambiente comunista, un cristiano è invitato a dire o a ridire se è d’accordo.

Signore Gesù Cristo,
Tu che chiamasti Madeleine Delbrêl a preferirti
e la conducesti nel tuo slancio di carità
fino ai fratelli più lontani da te,

Tu che le donasti la viva consapevolezza
che la vita eterna è la fondamentale necessità dell’uomo,
che ogni cristiano è una cerniera di carne,
una cerniera di grazia,
una breccia per la Parola di Dio che si fa carne,

Tu che le donasti l’amore per la Chiesa, mistero del tuo corpo oggi,

Ispira ai cristiani il desiderio di santità,
vissuta nella strada stessa in cui abitano
e la fiducia che la grazia non verrà a mancare
se faranno della vita una testimonianza resa a te.

Ispira alla tua Chiesa di riconoscere la traccia luminosa
della tua santità nella vita e nell’opera di Madeleine Delbrêl.

Per sua intercessione concedi a tutti,
insieme al suo stesso desiderio di santità da gente comune,
la guarigione del cuore, dell’anima e del corpo.
Noi ti domandiamo la grazia…
Amen

Aggiornato di recente1343

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IL PRETE visto dal nuovo arcivescovo di Milano MARIO DELPINI – Angelo Nocent

Aggiornato di recente1310

Da ieri, 8 Settembre 1917 Mons MARIO DELPINO è l’Arcivescovo di Milano. Ha 65 anni e dal 2012 è vicario generale della Diocesi. È nato a Gallarate il 29 luglio 1951, ma è originario della Parrocchia San Giorgio di Jerago con Orago, in provincia di Varese e viene ordinato prete il 7 giugno 1975.

Professore nei seminari di Seveso e Venegono Inferiore, consegue la Laurea in Lettere nel 1980 e la Licenza in Teologia nel 1982. Nel 1987 è studente a Roma. Nel 1989 è rettore del Seminario di Liceo a Venegono Inferiore, mentre dal 1993 è Rettore del Quadriennio Teologico sempre di Venegono Inferiore.

Nel 2000 viene nominato Rettore maggiore del seminario arcivescovile di Milano. Il 23 settembre 2007 viene ordinato vescovo nel Duomo di Milano, nominato da Papa Benedetto XVI. Vescovo ausiliare della Diocesi, dal 2006 al 2012 è vicario episcopale per la zona VI di Melegnano, fino alla nomina a vicario generale da parte del cardinale Angelo Scola.

È segretario della Conferenza episcopale lombarda. Come Arcivescovo di Milano succede al cardinale Angelo Scola, nominato nel 2011, e ai cardinali Dionigi Tettamanzi (2002-2011) e Carlo Maria Martini (1979-2002). Prima ancora furono Arcivescovi della Diocesi Ambrosiana Giovanni Colombo (1963-1979), Giovanni Battista Montini (1954-1963) poi diventato Papa Paolo VI e Alfredo Ildefonso Schuster (1929-1954).

Aggiornato di recente1311

Ai funerali del direttore della Cappella Musicale del Duomo di Milano Mos. Luciano Migliavacca, l’Arcivescovo, allora Vicario Generale, nell’omelia della Messa ha spiegato chi è il PRETE, anticipando in qualche modo ciò che vorrà essere lui da Pastore della Chiesa Ambrosiana:

Tre mottetti di mons. Luciano Migliavacca:

  1. “Cieli stillate rugiada”

  2. “Gioiscano i cieli”

  3. “Signore gli hai donato”
    Coro dei fanciulli cantori della Cappella musicale del Duomo di Milano in un concerto presso la chiesa di san Babila a Milano.

    https://youtu.be/R9V7D96GFv8

Nel 1998, monsignor Migliavacca ha lasciato il servizio in Duomo ma non ha mai smesso di partecipare attivamente alla vita della Chiesa, del Duomo e della scuola “Gaffurio”. 

In occasione del suo novantesimo compleanno, aveva affermato, a proposito della musica sacra: « Non c’è il vecchio e il nuovo… La mia unica attenzione, infatti, è stata quella di comporre musica bella: e se è bella, è sempre moderna, attuale ». 

 Il Maestro Mons. Migliavacca ha scritto più di 70 messe , un grande numero di  mottetti soprattutto su testi della liturgia ambrosiana, Magnificat, inni, salmi, cantate , canti ricreativi per ragazzi ecc ecc 

Ha inoltre composto brani per Organo e l’Oratorio “ Il vangelo di san Marco” per Soli, Coro e piccola Orchestra. 

LE PRIME PAROLE DEL NUOVO ARCIVESCOVO

«”Vorrei dire che io sono un prete e il messaggio che posso dare alla città è di ricordarsi di Dio» questo il primo messaggio a Milano. «La mia attenzione si concentra sulla mia inadeguatezza al compito che mi è stato assegnato»: ha esordito Delpini stamani in un incontro con la stampa in occasione della nomina da parte del Papa a nuovo arcivescovo di Milano. «Ringrazio il Santo Padre per lo stimolo e l’apprezzamento però – ha aggiunto – io sento soprattutto la mia inadeguatezza». Un’inadeguatezza, ha osservato scherzando, che «già si vede dal nome: i vescovi di Milano hanno tutti nomi solenni, Giovanni Battista, Angelo. Invece Mario che nome è? Già si capisce da questo».

«Milano con la sua tradizione ha la capacità di immaginare una popolazione composita ma capace di vivere insieme, in una comunità E ha aggiunto: «Voglio continuare sulla strada dei vescovi che hanno guidato questa Chiesa. Non ho progetti particolari, se non di parlare con tutti e ascoltare tutti per non essere precipitoso nelle decisioni e superficiale nelle idee».

Risultati della ricerca per delpini

 

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LE BEATITUDINI nell’ottica del Card. Martini – Angelo Nocent

1. Ascolto del testo

a) Preghiera iniziale:

O Signore, cercare la tua Parola, che ci è venuta incontro in Cristo, è tutto il senso della nostra vita. Rendici capace di accogliere la novità del vangelo delle Beatitudini, così la mia vita può cambiare. Di te, Signore, non potrei sapere nulla, se non ci fosse la luce delle parole del tuo Figlio Gesù, venuto per ‘raccontarci’ le tue meraviglie. Quando sono debole, appoggiandomi a Lui, verbo di Dio, divento forte. Quando mi comporto da stolto, la sapienza del suo vangelo mi restituisce il gusto di Dio, la soavità del suo amore. E mi guida per i sentieri della vita. Quando appare in me qualche deformità, riflettendomi nella sua Parola l’immagine della mia personalità diventa bella. Quando la solitudine tenta di inaridirmi, unendomi a lui nel matrimonio spirituale la mia vita diventa feconda. E quando mi scopro in qualche tristezza o infelicità, il pensiero di Lui, quale unico mio bene, mi schiude il sentiero della gioia. Un testo che riassume in modo forte il desiderio della santità, quale ricerca intensa di Dio e ascolto dei fratelli è quello di Teresa di Gesù Bambino: «Se tu sei niente, non dimenticare che Gesù è tutto. Devi dunque perdere il tuo piccolo nulla nel suo infinito tutto e non pensare più che a questo tutto unicamente amabile…» (Lettere, 87, a Maria Guèrin).

b) Lettura del vangelo:

Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:
Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati gli afflitti,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per causa della giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.

Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.

Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi. (Mt 5, 1.12a)

c) Momenti di silenzio orante:

Per essere raggiunti dalla parola di Cristo e perché la Parola fatta carne, che è Cristo, possa abitare i nostri cuori e noi vi possiamo aderire, è necessario che ci sia ascolto e silenzio profondo. Solo in cuori silenziosi la Parola di Dio può nascere anche in questa solennità dei Santi e, anche oggi, prendere carne.

2. La Parola s’illumina (lectio)

a) Contesto:

La parola di Gesù sulle Beatitudini che Matteo ha attinto dalle sue fonti era condensata in brevi e isolate frasi e l’evangelista l’ha inserita in un discorso di più ampio respiro; è quello che gli studiosi della Bibbia chiamano “discorso della montagna” (capitoli 5-7). Tale discorso viene considerato come lo statuto o la magna charta che Gesù ha affidato alla sua comunità come parola normativa e vincolante per definirsi cristiana.

I vari temi della parola di Gesù contenuti in questo lungo discorso non sono una somma o agglomerato di esortazioni, ma piuttosto indicano con chiarezza e radicalità quale deve essere il nuovo atteggiamento da tenere verso Dio, verso se stessi e verso il fratello. Alcune espressioni di tale insegnamento di Gesù possono apparire esagerate, ma sono utilizzate per dare un’immagine più viva della realtà e quindi realistiche nel contenuto, anche se non nella forma letteraria: per esempio ai vv.29-30: «Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geenna. E se la tua mano destra ti è occasione di scandalo, tagliala e gettala via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geenna». Tale modo di esprimersi sta a indicare l’effetto che si vuole creare sul lettore, il quale deve intendere rettamente le parole di Gesù per non travisarne il senso.

La nostra attenzione per esigenze liturgiche si sofferma sulla prima parte del “discorso della montagna”, quella appunto che s’apre con la proclamazione delle beatitudini (Mt 5,1-12).

b) Alcuni particolari:

Matteo introduce il lettore ad ascoltare le beatitudini pronunciate da Gesù con una ricca concentrazione di particolari. Innanzitutto viene indicato il luogo nel quale Gesù pronuncia il suo discorso: “Gesù salì sulla montagna” (5,1). Per tale motivo gli esegeti lo definiscono “discorso della montagna” a differenza di Luca che lo inserisce nel contesto di un luogo pianeggiante (Lc 6,20-26). L’indicazione geografica della “montagna” potrebbe alludere velatamente ad un episodio dell’AT molto simile al nostro: è quando Mosé promulga il decalogo sulla montagna del Sinai. Non si esclude che Matteo intenda presentare al lettore la figura di Gesù, nuovo Mosé, che promulga la legge nuova.

Un altro particolare che ci colpisce è la posizione fisica con cui Gesù pronunzia le sue parole: “e, messosi a sedere”. Tale atteggiamento conferisce alla sua persona una nota di autorità nella mentre legifera. Lo circondano i discepoli e le “folle”: tale particolare intende mostrare che Gesù nel pronunziare tali parole le ha rivolte a tutti e che sono da considerarsi attuabili per ogni ascoltatore. Và notato che il discorso di Gesù non presenta degli atteggiamenti di vita impossibili, né che essi siano diretti a un gruppo di persone speciali o particolari, né mirano a fondare un’etica esclusivamente dall’indirizzo interiore. Le esigenze propositive di Gesù sono concrete, impegnative e decisamente radicali.

C’è qualcuno che ha cosi stigmatizzato il discorso di Gesù: «Per me, è il testo più importante della storia umana. S’indirizza a tutti, credenti e non, e rimane dopo venti secoli, l’unica luce che brilla ancora nelle tenebre di violenza, di paura, di solitudine in cui è stato gettato l’Occidente dal proprio orgoglio ed egoismo» (Gilbert Cesbron).

Il termine “beati” (in greco makarioi) nel nostro contesto non esprime un linguaggio “piano”, ma un vero e proprio grido di felicità, diffusissimo nel mondo della bibbia. Nell’AT, per esempio, vengono definite persone “felici” coloro che vivono le indicazioni della Sapienza (Sir 25,7-10). L’orante dei Salmi definisce “felice” chi “teme”, più precisamente chi ama, il Signore, esprimendolo nell’osservanza delle indicazioni contenute nella parola di Dio (Sal 1,1; 128,1).

L’originalità di Matteo consiste nell’aggiunta di una frase secondaria che specifica ogni beatitudine: ad esempio, l’affermazione principale “beati i poveri in spirito” è illustrata da una frase aggiunta “perché di essi è il regno dei cieli”. Un’altra differenza rispetto all’AT: quella di Gesù annunciano una felicità che salva nel presente e senza limitazioni. Inoltre, per Gesù, tutti possono accedere alla felicità, a condizione che si stia uniti a Lui.

c) Le prime tre beatitudini:

i) Il primo grido riguarda i poveri: Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli”. Il lettore ne resta scioccato: come è possibile che i poveri possano essere felici? Il povero nella Bibbia è colui che si svuota di sé e soprattutto rinuncia alla presunzione di costruire il suo presente e futuro in modo autonomo per lasciare, invece, più spazio e attenzione al progetto di Dio e alla sua Parola. Il povero, sempre in senso biblico, non è un uomo chiuso in se stesso, miserabile, rinunciatario, ma nutre apertura a Dio e agli altri. Dio rappresenta tutta la sua ricchezza. Potremmo dire con S.Teresa d’Avila: felici sono coloro che fanno esperienza del “Dio solo basta!”, nel senso che sono ricchi di Dio.

Un grande autore spirituale del nostro tempo ha così descritto il senso vero di povertà: «Finché l’uomo non svuota il suo cuore, Dio non può riempirlo di sé. Non appena e nella misura che di tutto vuoti il tuo cuore, il Signore lo riempie. La povertà è il vuoto non solo per quanto riguarda il futuro, ma anche per quanto riguarda il passato. Nessun rimpianto o ricordo, nessuna ansia o desiderio. Dio non è nel passato, Dio non è nel futuro: Egli è la presenza! Lascia a Dio il tuo passato, lascia a Dio il tuo futuro. La tua povertà è vivere nell’atto che vivi, la Presenza pura di Dio che è l’Eternità» (Divo Barsotti).

È la prima beatitudine, non solo perché dà inizio alla serie, ma perché sembra condensarle nella varie specificità.

ii) “Beati gli afflitti perché saranno consolati”. Si può essere afflitti per un grande dolore o sofferenza. Tale stato d’animo sottolinea che si tratta di una situazione grave anche se non vengono indicati i motivi per identificarne la causa. Volendo identificare nell’oggi l’identità di questi “afflitti” si potrebbe pensare a tutti quei cristiani che hanno a cuore le istanze del regno e soffrono per tante negatività presenti nella Chiesa; invece, di attendere alla santità, la chiesa presenta divisioni e lacerazioni. Ma possono essere anche coloro che sono afflitti per i loro peccati e inconsistenze e che, in qualche modo, rallentano il cammino della conversione. A queste persone solo Dio può portare la novità della “consolazione”.

iii) “Beati quelli che sono miti, perché erediteranno la terra”. La terza beatitudine riguarda la mitezza. Un atteggiamento, oggi, poco popolare. Anzi per molti ha una connotazione negativa e viene scambiata per debolezza o per quella imperturbabilità di chi sa controllare per calcolo la propria emotività. Qual è il significato del termine “miti” nella Bibbia? I miti vengono ricordati come persone che godono di una grande pace (Sal 37,10), ritenute felici, benedette, amate da Dio. E nello stesso tempo vengono contrapposte ai malvagi, agli empi, ai peccatori. Quindi l’AT presenta una ricchezza di significati che non ci permettono una definizione univoca.

Nel NT il primo testo che ci viene incontro è Mt 11,29: “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore”. Un secondo è in Mt 21,5, Matteo nel riportare l’ingresso di Gesù in Gerusalemme, cita la profezia di Zaccaria 2,9: “Ecco il tuo servo viene a te mite”. Davvero, quello di Matteo, potrebbe essere definito il vangelo della mitezza.

Anche Paolo ricorda la mitezza come un atteggiamento specifico dell’essere cristiano. In 2 Corinti 10,1 esorta i credenti “per la benignità e la mitezza di Cristo”. In Galati 5,22 la mitezza è considerata un frutto dello Spirito Santo nel cuore dei credenti e consiste nell’essere mansueti, moderati, lenti nel punire, dolci, pazienti verso gli altri. E ancora in Efesini 4,32 e Colossesi 3,12 la mitezza è un comportamento che deriva dall’essere cristiani ed è un segno che caratterizza l’uomo nuovo in Cristo.

E infine, un’indicazione eloquente ci viene dalla 1 Pietro 3,3-4: “Il vostro ornamento non sia quello esteriore – capelli intrecciati in collane d’oro, sfoggio di vestiti -, cercate piuttosto di adornare l’interno del vostro cuore con un’anima incorruttibile piena di mitezza e di pace ecco ciò che è prezioso davanti a Dio”.

Nel discorso di Gesù che significato ha il termine “miti”? Davvero illuminante è la definizione dell’uomo mite offerta dal Cardinale Carlo Maria Martini: “L’uomo mite secondo le beatitudini è colui che, malgrado l’ardore dei suoi sentimenti, rimane duttile e sciolto, non possessivo, internamente libero, sempre sommamente rispettoso del mistero della libertà, imitatore in questo, di Dio che opera tutto nel sommo rispetto per l’uomo, e muove l’uomo all’obbedienza e all’amore senza mai usargli violenza. La mitezza si oppone così a ogni forma di prepotenza materiale e morale, è vittoria della pace sulla guerra, del dialogo sulla sopraffazione”.

A questa sapiente interpretazione aggiungiamo quella di un altro illustre esegeta: “La mitezza di cui parla la beatitudine non è altro che quell’aspetto dell’umiltà che si manifesta nell’affabilità messa in atto nei rapporti con il prossimo. Tale mitezza trova la sua illustrazione e il suo perfetto modello nella persona di Gesù, mite ed umile di cuore. Infondo tale mitezza ci appare come una forma di carità, paziente e delicatamente attenta nei riguardi altrui” (Jacques Dupont).

3. La parola m’illumina (per meditare)

  • a) So accettare quei piccoli segni di povertà che possono riguardarmi? Ad esempio la povertà della salute, piccole indisposizioni? Ho pretese esorbitanti?
  • b) So accettare qualche aspetto della mia povertà e fragilità?
  • c) So pregare come un povero, come uno che chiede con umiltà la grazia di Dio, il suo perdono, la sua misericordia?
  • d) Ispirato dal messaggio di Gesù sulla mitezza so rinunciare alla violenza, alla vedetta, allo spirito vendicativo?
  • e) So coltivare, in famigli e sul posto di lavoro, uno spirito di dolcezza di mitezza e di pace?
  • f) Rispondo con il male alle piccole malignità, alle insinuazioni, alle allusioni offensive?
  • g) So essere attento ai più deboli, che sono incapaci di difendersi? Sono paziente con gli anziani? Accogliente verso gli stranieri soli, i quali spesso sono sfruttati sul lavoro?

4. Per pregare

a) Salmo 23:

Il salmo pare ruotare attorno ad un titolo “Il Signore è il mio pastore”. I santi sono l’immagine del gregge in cammino: essi sono accompagnati dalla bontà e lealtà di Dio, finché giungono definitivamente alla casa del Padre (L.Alonso Sch-kel, I salmi della fiducia, Dehoniana libri, Bologna 2006, 54)
Il Signore è il mio pastore:
nulla manca.
In verdi pascoli mi fa riposare
mi conduce, a fonti tranquille
e ristora le mie forze;
mi guida per il sentiero giusto
facendo onore al suo nome.
Anche se vado per valli oscure,
non ho paura, perché tu vieni con me,
il tuo bastone e il tuo vincastro mi rasserenano.
Mi prepari una mensa di fronte ai nemici,
mi ungi il capo con profumi,
il mio calice trabocca.
La tua bontà e la tua fedeltà mi seguono
Per tutta la vita,
e abiterò nella casa del Signore
per lunghissimi anni.

b) Preghiera finale:

Signore Gesù, tu ci indichi il sentiero delle beatitudini per giungere a quella felicità che è pienezza di vita e quindi santità. Tutti siamo chiamati alla santità, ma il tesoro per i santi è solo Dio. La tua Parola, o Signore, chiama santi tutti coloro che nel battesimo sono stati scelti dal tuo amore di Padre, per essere conformati a Cristo. Fa’, o Signore, che per tua grazia sappiamo realizzare questa conformità a Cristo Gesù. Ti ringraziamo, Signore, per i tuoi santi che hai posto nel nostro cammino manifestazione del tuo amore. Ti chiediamo perdono se abbiamo sfigurato in noi il tuo volto e rinnegato la nostra chiamata ad essere santi.

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CINQUE ANNI FA MORIVA IL CARD. MARTINI – Angelo Nocent

Il racconto dell’ex cappellano del carcere di San Vittore: «La sua capacità di ascolto e i suoi gesti hanno conquistato e convertito tanti “Innominati”». Oggi la Messa con Scola in Duomo

L’incontro e l’ascolto dei detenuti è sempre stata una modalità delle visite del cardinale Carlo Maria Martini nelle carceri milanesi. «Così ha conquistato la fiducia di molti di loro diventando un punto di riferimento» racconta l’ex cappellano don Melesi

L’incontro e l’ascolto dei detenuti è sempre stata una modalità delle visite del cardinale Carlo Maria Martini nelle carceri milanesi. «Così ha conquistato la fiducia di molti di loro diventando un punto di riferimento» racconta l’ex cappellano don Melesi.

Angelo Scola 2Sarà l’amministratore apostolico dell’arcidiocesi di Milano, il cardinale Angelo Scola, a presiedere oggi alle 17.30 nel Duomo di Milano la Messa per il cardinale Carlo Maria Martini (1927-2012) nel quinto anniversario della morte. Sarà il momento culminante del ricordo che la Chiesa ambrosiana fa del suo defunto arcivescovo, a cui è dedicata una Fondazione che continua a raccogliere testimonianze e documenti sul cardinale creando un archivio accessibile a tutti. Sempre oggi siaVenezia nell’ambito della Mostra del cinema sia a Torchiana in provincia di Salermo sarà presentato il docufilm di Ermanno Olmi «Vedete, sono uno di voi» dedicato a Martini.

Si descrive e si considera come «un prete da galera» che ebbe il privilegio di essere amico e confidente in tante situazioni difficili del cardinale Carlo Maria Martini «che per stile, dirittura morale tanto assomigliava al suo predecessore, il cardinale arcivescovo di Milano Federigo Borromeo, di manzoniana memoria, per la sua capacità di ascoltare i lontani e di convertire peccatori irredimibili come l’Innominato ». Situazioni complesse che avevano come sfondo i raggi interdetti al pubblico e spesso «poco visitati» anche dalle autorità giudiziarie del carcere milanese di San Vittore «dove vivevano gli ergastolani, i terroristi, insomma tutte quelle persone chiamate spesso in gergo come “irriducibili”». Sono i primi ricordi che affiorano nella memoria del salesiano don Luigi Melesi, classe 1933, storico cappellano della casa circondariale dal 1978 al 2008. Impressioni che rievocano «la grandezza u- mile» del cardinale Martini di cui oggi ricorrono i cinque anni dalla scomparsa. «Fu io stesso a farmi “profeta” di quel gesto clamoroso che tanta eco ebbe – rivela oggi –. A conclusione di una Messa celebrata all’inizio del 1980 nel carcere milanese gli dissi: “Vedrà eccellenza, (allora non era ancora cardinale, ndr) che un giorno tanti “Innominati” verranno da lei, si convertiranno alle sue parole e le consegneranno le armi”. 

Questa mia premonizione si avverò quattro anni più tardi: il 13 giugno del 1984 con la consegna delle armi, un vero arsenale, da parte dei terroristi delle Brigate Rosse in arcivescovado a Martini». E proprio questo anziano sacerdote che oggi vive «per un periodo di convalescenza» con sua sorella in Valsassina, in provincia di Lecco, fu il principale tramite di quella scelta dirompente («trasportai io stesso a bordo di una macchina in compagnia di un “brigatista in libertà” quei quattro borsoni carichi di kalashnikov, bombe a mano e fucili…») e artefice indiretto della lettera che anticipò la famosa “resa delle armi” all’arcivescovo di Milano. «Ricordo che a convincere gli ex brigatisti come Ernesto Balducchi – è la confidenza del sacerdote salesiano di 84 anni – furono l’affabilità e la capacità di ascolto con cui Martini, molti anni prima di quel atto clamoroso, accettò di confrontarsi con loro, di recepire senza giudicare le loro storie. Si preoccupava addirittura dei loro bambini, spesso costretti a vivere lontani dai contesti familiari. Riuscì a “disarmarli” così. Io stesso annotavo e poi dattilografavo questi dialoghi che poi consegnavo a Martini. Loro rimasero colpiti dai gesti di attenzione del cardinale dentro il penitenziario e soprattutto dal fatto che rispose alla loro lettera.

Un altro dettaglio che li indusse a vedere in Martini l’interlocutore giusto per questa mediazione furono le parole ascoltate attraverso la radio del cardinale durante una delle sue famose “lectio” – che diedero il là alla famosa Scuola della Parola – dedicata al salmo penitenziale del Miserere ». Un percorso non nuovo quello di Martini dentro un penitenziario – da “semplice gesuita e biblista” prima del suo ingresso come arcivescovo a Milano declinò l’opera di misericordia della visita ai carcerati assistendo il confratello napoletano Virginio Spicacci nel penitenziario di Nisida – ma che ebbe da subito risvolti inaspettati a San Vittore. «Qui, nel carcere, poco tempo dopo il suo arrivo a Milano nel 1980 – racconta don Melesi – volle trascorrere ben quattro giorni e mi ricordo quanta resistenza ci volle per convincere l’allora direttore del carcere a permettere la visita di Martini negli angoli più remoti del luogo di detenzione. Rammento ancora il primo incontro con i terroristi e quel desiderio di alcuni di loro che, al momento del congedo, il cardinale recitasse con loro il Padre Nostro. Una richiesta che fu subito esaudita. O ancora il gesto singolare di Balducchi, da tutti chiamato l’Ernesto, che volle regalare a Martini una copia che teneva in tasca della Storia della Colonna infame di Alessandro Manzoni».

Il cardinale Martini (Ansa)

Il cardinale Martini (Ansa)

Istantanee, quelle di don Melesi, che riportano a un altro episodio «che fece scalpore in quegli anni» del lungo episcopato di Martini: l’aver voluto amministrare il Battesimo, il 13 aprile 1984, dentro la sezione femminile del carcere milanese ai due gemelli Nicola e Lorenza «concepiti addirittura durante il periodo di detenzione ». Erano i figli dei due terroristi e «irriducibili » di Prima Linea Giulia Borelli e Enrico Galmozzi. «Fu quest’ultimo, ero testimone di quell’incontro a San Vittore, soprannominato da tutti “Chicco”, a fare la proposta. Mi impressionò la serenità con cui Martini accettò la richiesta con la premessa che ai due bambini fosse garantita, grazie all’assenso dei nonni, un’educazione cristiana». Dall’album dei ricordi, a cinque anni dalla scomparsa del «mio cardinale», don Luigi fa emergere un altro tratto singolare. «Mi impressionò una richiesta che mi fece all’inizio del suo episcopato a Milano. Mi chiede di fargli da ammonitore. “Se vedi che parlo troppo, pecco di orgoglio o abuso del mio ruolo. Tu non esitare a farmi delle osservazioni”. E io molto umilmente ho adempiuto a questo impegno: una regola tipica dei gesuiti. Il cardinale non mi ha mai rimproverato per essere stato troppo severo con lui, per le mie “ammonizioni”. Tra i salesiani ho avuto tanti superiori santi, ma mai mi era capitato di avere un arcivescovo così».

Don Luigi torna con la mente agli ultimi incontri avvenuti con Martini – durante i quali «mi sono portato dietro un piccolo drappello di ex detenuti» –, prima della sua morte nel 2012, nella residenza dei gesuiti, l’Aloisianum di Gallarate; a quegli atti di carità nascosta del porporato («spesso lui che non portava mai soldi nelle sue tasche mi dava ingenti somme di denaro e mi diceva: “Questi sono per tuo fratello Pietro, missionario in Brasile” »). «È sempre venuto incontro ai miei suggerimenti e alle mie richieste spesso originali – è la confidenza finale –. Di fronte anche alle critiche, alle invidie che un personaggio del suo spessore poteva provocare dentro e fuori la Chiesa, l’ho sempre visto distaccato, lontano dalle piccole beghe umane. Era superiore a tutto. Da autentico gesuita viveva solo in “Compagnia” di Gesù».

DA AVVENIRE – Filippo Rizzi giovedì 31 agosto 2017

Carlo Maria Martini

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PAPA FRANCESCO, “che delusione!” – di Alberto Maggi

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Papa Francesco, che “delusione”!

di Alberto Maggi

All’inizio era solo una discreta mormorazione, poi è diventata mugugno sempre più crescente, e ora, senza più remore, aperto dissenso nei confronti del Papa venuto dalla fine del mondo (e sono tanti che ce lo vorrebbero ricacciare). Papa Francesco in poco tempo è riuscito a deludere tutti. E la delusione si trasforma in un risentimento dapprima covato e ora platealmente manifesto.

Sono delusi molti dei cardinali, che pure lo hanno eletto. Era l’uomo ideale, senza scheletri negli armadi, dottrinalmente sicuro, tradizionalista ma con accettabili aperture verso il nuovo. Avrebbe potuto garantire un periodo di tranquillità alla Chiesa terremotata da scandali e divisioni. Mai avrebbero pensato che Bergoglio avrebbe avuto intenzione di riformare nientemeno che la Curia romana, eliminare privilegi e fustigare le vanità del clero. La sua sola presenza, sobria e spontanea, è un costante atto d’accusa ai pomposi prelati, anacronistici faraoni pieni di sé.

Sono delusi i vescovi in carriera, quelli per i quali una nomina in una città era solo il piedistallo per un incarico di maggiore prestigio. Erano pronti a clonarsi con il pontefice di turno, a imitarlo in tutto e per tutto, dall’abbigliamento alla dottrina, pur di entrare nel suo gradimento e ottenerne i favori. Ora questo papa invita gli ambiziosi e vanesi vescovi ad avere l’odore delle pecore… che orrore!

È deluso gran parte del clero. Si sente spiazzato. Cresciuto nel rispetto rigido della dottrina, indifferente al bene delle persone, ora non sa come comportarsi. Deve recuperare un’umanità che l’osservanza delle norme ecclesiali ha come atrofizzato. Credevano di essere, in quanto sacerdoti, al di sopra delle persone, e ora questo papa li invita a scendere e mettersi a servizio degli ultimi.

Delusi anche i laici impegnati nel rinnovamento della Chiesa e i super tradizionalisti attaccati tenacemente al passato. Per questi ultimi il papa è un traditore che sta portando la Chiesa alla rovina. Per i primi, papa Bergoglio non fa abbastanza, non cambia norme e legislazioni non più in sintonia con i tempi, non legifera, non usa la sua autorità di comandante in campo.

vangelo

cedb1-1365937885-papafrancesco-981x540Sono entusiasti di lui i poveri, gli emarginati, gli invisibili, e anche tutti quelli, cardinali, vescovi e preti e laici, che da decenni sono stati emarginati a causa della loro fedeltà al vangelo, visti con sospetto e perseguitati per questa loro mania della Sacra Scrittura a discapito della tradizione. Quel che avevano soltanto sperato, immaginato o sognato, ora è divenuto realtà con Francesco, il papa che ha fatto riscoprire al mondo il profumo del vangelo.

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Mons. ANDREA GHETTI – BADEN – Profumo di santità – Angelo Nocet

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ALLA MEMORIA DEL PRETE CHE MI HA CAMBIATO LA VITA

Questa sera sento il bisogno di ritornare sui miei passi: il ’68 e dintorni. Di lui, il prete che è stato la mia guida spirituale, ho casualmente trovato una registrazione. Riudire la sua indimenticabile voce, la forza penetrante del suo dire, hanno risvegliato in me due sentimenti: la coscienza di essere stato un discepolo mediocre ma tanto tanto fortunato; il desiderio di partecipare questa ricchezza spirituale che non è facile trovare di questi tempi.

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Aggiornato di recente1280
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Così scriveva della mamma quando non c’era più:
Mamma carissima,

sento il bisogno di fermare un po’ sulla carta il tuo ricordo: mi sembra di parlare con Te. Ti ricordi quando ti chiamavamo fiore e dicevi: “Sì fiore appassito”. Ho pensato a Te nell’udire la passione di Gesù. La sera dicevi a tua figlia: “Carla, sta vicino, ho paura!”. Anche Gesù ha avuto paura della morte.
Oh! le tue notti: quanto hai pensato a noi: a uno a uno: ci hai seguito col cuore e con tutta l’anima: “Che sarà di te, povero bambino mio che sarà di te?”. Mamma come vorrei poterti dire che sono contento.
L’ultima notte. Il silenzio della casa: la tua casa: dormivamo. “…così non avete potuto vegliare un’ora con me?” E tu ti sei andata preparando a morire: quella notte hai sentito la fine: i dolori non ti costernavano più: hai sentito l’ora della tua morte. Forse hai avuto paura: e noi dormivamo. Poi la tua messa: il tuo pontificale. Che Messa santa: tu offerta, tu vittima:l’accettazione della volontà divina, lo strumento del Sacrificio.
Quale vuoto! Dove non c’è più la mamma come è vuota la casa. Mamma, più conosco a che cosa consiste la santità, più io vedo che tu sei santa: il dovere: compiuto a fondo senza mia lamentarsi, senza mai scoraggiarsi. Il dovere delle piccole azioni quotidiane, dei piccoli sacrifici.
Piccole mani tagliate dal freddo, rugose: e a scuola tenevi i guanti perchè ti vergognavi farle vedere.
90 lire messe ogni mese alla Cassa di risparmio nel libretto di Vittorio: 90 lire risparmiate per la vocazione e a costo di quali sacrifici.
Alle tue scolare, mi han detto, io insegno di non far peccati, perchè Dio ci vede: tutto alla presenza di Dio.
Vestiti raccolti, piena miseria, aggiustati: Quale povertà: anche morta ti hanno messo un vestito regalato. I funerali fatti con denaro a prestito. Perchè questa tua luce deve restare nel buio?

  • Mamma insegnami il cammino
  • Mamma guardami
  • Mamma confortami
  • Mamma aspettami.
  • Vorrei scrivere “chiamami…”, ma ho paura che sia troppo dolore per gli altri, e forse troppo presto per me.
  • Questi esercizi mi hanno indicato una meta: la santità del dovere. E basta. Tu corrobora il mio carattere.
  • Mi benedica il Signore, come ci ha amato.
  • Amore: Signore te lo voglio restituire nei poveri, nei bambini, nei peccatori.
  • Addio mamma prega per me.
Fonte: RS SERVIRE; 54,1-2 (S) ultima di copertina
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Così aveva scritto un giorno dell’ ABBÈ PIERRE:

 

SAbbè Pierreotto i ponti della Senna, negli ambulacri dei metrò, tra i ruderi di case abbandonate, ogni notte, dormono migliaia di persone relitti sociali, “ribelli” ad ogni assistenza ufficiale. Il freddo dello scorso inverno ha messo a repentaglio la loro astuzia. Un prete ha lanciato l’allarme tra le brume della metropoli è passato un affetto di carità: Parigi si è mossa e commossa. Il suo gesto non è stato sporadico: questo prete ha proseguito ed ha vinto una nuova più dura battaglia ha rovesciato le lentezze burocratiche, ha scosso le incertezze governative, per merito suo sorgono villaggi per chi crea una nuova famiglia, per chi, nel XX secolo vive in tuguri indegni della dignità di uomo. Questo prete – partigiano – perseguitato – organizzatore, ex deputato al Parlamento – è conosciuto col nome di abbé Pierre. Si chiama Henri Grouès: è stato “Routier” degli Scouts de France. Dallo Scoutismo ha ricevuto il senso della concretezza e del Servizio: nello Scoutismo è nata la sua vocazione.
 Ad Assisi durante il pellegrinaggio della “Route” francese, desiderò di farsi Cappuccino. Ragioni di salute lo obbligano più tardi a lasciare l’Ordine: gli è rimasta una barba ispida. È un rivoluzionario della Carità che trascina e converte in nome di Cristo. È un sacerdote che attua il messaggio evangelico con sconcertante coerenza. Nelle tristi ore di tanti scandali morali, di “rivelazioni” di un mondo di miserie di egoismi, di marciume, nel quale sono compromesse categorie sociali e politiche, noi guardiamo oltre e sentiamo l’orgoglio di questo fratello Rover che testimonia, in umiltà ed amore, la feconda ricchezza di una Legge e di una Promessa.
Baden

Nasce l’11 marzo del 1912 ed è ordinato sacerdote, a Milano, nel 1939.
Intensissima la sua vita: dall’attività di docente di filosofia presso il Collegio Arcivescovile S.Carlo di Milano, alla sua opera di assistente spirituale della FUCI, al suo lavoro di Ispettore delle Scuole di Religione presso la segreteria dell’ufficio catechistico dove risultava aggiunto per la sezione Apologetica, al suo lavoro di giornalista per l’Italia prima ed in seguito per Avvenire.
Fu con il card. Montini tra i fondatori de “Il Segno”, che diresse per vent’anni e uno degli animatori più entusiasti di ogni iniziativa diocesana prima tra tutte la Missione di Milano.
Assistente regionale dell’ASCI contribuì a ricostituire, durante il periodo fascista, le “Aquile Randagie”, il movimento scout clandestino.  Fa il suo ingresso solenne come parroco al Suffragio il 4 ottobre 1959 e vi rimane fino al 5 agosto 1980 giorno della sua tragica morte a Tours.

Il 5 Agosto 1980 Baden tornava alla casa del Padre, “nel verde dei suoi pascoli lassù”. Oggi lo ricordiamo pubblicando il bellissimo filmato “LA LUNGA TRACCIA” uscito in VHS nel 1997 (giusto 20 anni fa). 40 minuti di fotografie e video originali e tante testimonianze di persone che hanno conosciuto e amato Baden (compresi alcuni che con lui hanno scritto la storia dello scautismo italiano). https://www.youtube.com/watch?v=kHNMoUjX1tg

Mons. Andrea Ghetti – Baden (per gli scout) è una pietra angolare dello scautismo italiano. Leader con Kelly delle Aquile Randagie, fondatore di OSCAR, protagonista della Rinascita dell’ASC I e dell’istituzione del Campo Scuola di Colico, ispiratore del Roverismo italiano, Assistente del Milano 1, “vescovo” della Val Codera, parroco a S.Maria del Suffragio, promotore dei foulard blancs lombardi, direttore del periodico della diocesi milanese “Il Segno”, assistente FUCI… una vita spesa senza risparmio nel Servizio e nell’Educazione.

Dai perseguitati aiutati da Oscar all’assistenza ai reduci dei campi di concentramento, dai profughi dell’Ungheria agli alluvionati del Polesine e del Vajont, dalla freccia Rossa per i mutilatini del don Gnocchi ai pellegrinaggi a Lourdes per i malati. Dai barboni di Fratel Ettore ai poveri della parrocchia. E naturalmente gli scout. Campi Estivi, Campi Scuola, Route, la rivista Servire… don Andrea Ghetti era un uomo infaticabile, creativo, innovatore… che viveva il sacerdozio come “la più grande delle avventure”.

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